...Il Blog di Mario continua... PDF Stampa E-mail
sabato 09 dicembre 2006

I familiari e alcuni amici continueranno a tenere attivo il Blog di Mario.

In questi ultimi mesi  la lettura e il blog  sono stati il suo spazio infinito dove ha tratto speranza, attaccamento alla vita.

Mario ha comunicato a tutti, con le sue canzoni e i suoi scritti, inquietudine e amore nel tentativo di assaporare la vita fino in fondo.
La memoria è stata spesso il suo rifugio e la sua ricerca.
L’osservazione, la riflessione sui luoghi, la storia, le persone sono state strumento di riflessione su sé.

Chi l’ha conosciuto anche solo attraverso i suoi scritti l’ha definito :”un uomo che ha dato molto”.

Vogliamo continuare a ricevere i suoi “regali”:
ci sono pagine inedite che saranno pubblicate.

Il progetto al quale pensiamo nell’immediato è che gli amici del blog continuino ad inviare scritti e riflessioni come lui voleva.

Vi terremo informati sulle iniziative che prenderemo in seguito.

Un caro saluto

Commenti (13)Add Comment
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scritto da Visitatore, gennaio 16, 2007
Mario aveva un bellissimo progetto: realizzare uno spettacolo itinerante nei luoghi dove si sono verificati i fatti raccontati nei suoi libri! Credo ne avesse parlato con qualcuno...sarebbe bello provare a dare corpo a questa idea. Che cosa ne pensate? C\' qualcuno che pu ereditare questo progetto? un\'amica di Mario
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scritto da Visitatore, gennaio 04, 2007
vorrei tanto ascolare le ultime canzoni di mario.. c\' qualcuno che sa dirmi dove trovare il cd?
Mario
scritto da Visitatore, dicembre 29, 2006
Potremmo organizzare a Pisa, all\'Agorà, una serata per ricordare Mario... canzoni, brani dai suoi libri, ed altro. Lui sarà con noi.
Chiedo l\'aiuto di Alessio, Lorenzo, Betti per farlo a Maggio... ricordare lui, ricordare Franco Serantini.
Mario Mantovani sarà con noi, ancora...

Alessandro Scarpellini
Soncino 25-12-06
scritto da Visitatore, dicembre 23, 2006
Mamma lo zio Mario ora dorme!Ci vede dal cielo? Non è stato clonato!Oh!Forse dovevo fargli una pozione magica....Enzo con gli occhi scuri che parlano tristezza ci guarda; io e Franca facciamo del nostro meglio....Nel giorno del Signore chissà .... se in cielo ti è arrivato il profumo del calicanto. Simona
un anno nuovo senza Mario? impossibile..
scritto da Visitatore, dicembre 20, 2006
bene, siccome non si può pensare a un nuovo anno senza Mario, io dal 2 gennaio mi dichiaro disponibile a mettere in atto i nostri ottimi propositi. Certo, Spazio Musica, ma anche l\'Agorà a Pisa, magari il caffè letterario a Bergamo...e poi proviamo a sentire il \"grande vecchio\" a Bobbio. Intanto penso a quale potrebbe essere il miglior luogo su Milano.
a presto!
per Mario
scritto da Visitatore, dicembre 18, 2006
PER MARIO
“Sono nato in via Palestre, dietro la chiesa di Orzinuovi, a cento metri dalla gloriosa trattoria Italia. Gisella, la famosa ostessa che sapeva tenere a bada decine di uomini, quella mattina del 21 marzo 1948, come seppe della mia nascita, chiamò sua figlia: “Antonietta, vai da Angelina la sarta, che ha appena avuto un bambino e portale un fiasco di vino. Dille che porta fortuna...”

Così Mario raccontava la sua nascita. e ne era così orgoglioso.
Come si fa a pensare che Mario sia morto? impossibile. assurdo. contro natura.
Perchè Mario è la persona più solare, più gioiosa, più legata alla vita ...

Mario era la solidità dei valori legati alla tradizione popolare, era la poesia e l’impegno politico e civile, era il culto della storia e della memoria. Mario era uno che se li teneva ben stretti i sogni, i valori, gli ideali.

Mario era il gusto del vivere e dello stare insieme. Di una generosità istintiva ed illimitata: da casa sua non si riusciva mai ad andar via perchè c’era sempre l’ultimo risotto da assaggiare, l’ultima, animata discussione da fare, l’ultima, speciale bottiglia di vino da bere insieme.

Di cose nella vita Mario ne ha fatte tante. e tutte in modo speciale. Perchè lui era un uomo speciale. Era un preside speciale ( niente a che vedere con i burocrati fedeli ed ossequienti cui siamo abituati)
Era un cantautore speciale: e quando cantava “Marì” ci faceva piangere tutti come vitelli.
Era uno scrittore speciale. perchè i suoi libri pieni di passione erano libri importanti, che andavano scritti per dare voce agli ultimi, ai “senza voce”. Libri che raccontavano storie: di mondine, di braccianti, di gente di fiume, di partigiani, storie di impegno e di lotta. Storie di cui era così orgoglioso e di cui sentiva l’urgenza ed il dovere di conservare memoria.

I suoi libri e le sue canzoni hanno fatto conoscere ed apprezzare Mario un po’ ovunque in Italia.
Perchè Mario non amava apparire, non si prendeva troppo sul serio. Ma noi lo sappiamo bene. Sappiamo che con i suoi spettacoli, le presentazioni dei suoi libri e delle sue canzoni Mario si era fatto amici dappertutto. D’altronde era così facile stimarlo e volergli bene.

Speciale Mario lo è stato anche nella malattia, affrontata a viso aperto, con un coraggio ed una dignità enormi. Una malattia che ha cercato di esorcizzare raccontandola nel suo blog, facendola diventare anche questa una storia.

Ed è così che se ne è andato, con un sacco di musica e di parole, di storie e di passioni, e delle voci di tanti e tanti amici per la testa .... E lasciandoci tutti più tristi, più fragili, più soli.

Un abbraccio enorme e pieno d’affetto a Enrico, Franca, Francesca, Piera e a tutti i suoi familiari da parte di noi tutti.

A chiudere le parole di Neruda, che a Mario faranno sicuramente piacere:
“ Non ci saranno dimenticanze / non ci sarà nessun inverno che / cancellerà il tuo nome, splendido fratello, dalle labbra della gente...”
Ciao Mario!

Daniela Bonanni, Lorenzo Riccardi, Betti Verri, Giorgio e Luisa Cordini, Marco Ferraris, Rosa Perralta, Ivano Grasselli, Luisa Bibbiani, Vittorio Cucchiarelli, Stefano Cattaneo, Francesco Mastrandrea, Angelo Zorzoli, Roberto Caselli ...
sul palco
scritto da Visitatore, dicembre 17, 2006
Lo spettacolo che propone Alessio è un bellissimo modo di evocare Mario.
A Pavia, con Lorenzo e Daniela, si pensava di fare una serata simile a SpazioMusica. CI vediamo su un palco. Betti
venditordisassi.splinder.com
scritto da Visitatore, dicembre 13, 2006
anche chi non l\'ha conosciuto solo attraverso i suoi scritti, ma l\'ha proprio anche incontrato su uno dei posti più belli in cui incontrarsi - un palco - è grato a questo blog per aver continuato un dialogo che non poteva essere la brutale stupidità della malattia, e poi della morte, a interrompere. Dunque torno regolarmente quassù a parlare con Mario. Dalla mia vorrei anche dire che medito uno spettacolo in cui noi (io, Betty, Marco, Lorenzo, Max, ecc...) ci si trovi a cantare le canzoni di Mario (che poi è quello che piacerebbe gli amici facessero se capitasse a me). Coordiniamoci. Questo può essere uno strumento. Alessio Lega
...
scritto da Visitatore, dicembre 13, 2006
Continuare a ricevere regali....Mi sembra il termine più appropriato. Quanti regali dal blog in questi pochimissimi mesi! I ricordi di un viaggio a Grado che mi hanno fatto ritornare alla memoria un viaggio in quei luoghi di alcuni anni fa (anch\'io incuriosita dalla lettura di un libro di Magris). E poi una poesia che da tempo cercavo e non trovavo..
Con il rimpianto di non aver mai detto a Mario grazie di tutto ciò. E allora ringrazio, dal profondo del cuore, chi terrà vivo questo blog.
patrizia
da roberta
scritto da Visitatore, dicembre 12, 2006
Ho letto adesso della vostra intenzione di tenere vivo questo sito. E\' quello che speravo e che, immagino, tanti amici speravano. Grazie, quindi. E\' bello sapere di poter leggere le sue parole, le sue riflessioni, di poter vedere le sue foto. Anche con le lacrime che, inevitabilmente, ogni volta, annebbiano la vista, come un torrente in piena che non riesce a cancellare il dolore.Insomma, grazie. Vi abbraccio.
Roberta
grazie da nino
scritto da Visitatore, dicembre 11, 2006
è giusto che sia così.
non è solo questo che ci resta, ma il blog ha fatto vedere a Mario oltre. è importante.
e adesso facciamo nascere una rosa rossa.
Il paese delle ombre
scritto da Visitatore, dicembre 10, 2006
IL PAESE DELLE OMBRE

di

MARCO ONGARO



Dedicato a Mario Mantovani


Ma cosa rendeva così straordinario il Prosecco di Mario? Come mai qualcuno poteva prendere delle taniche di vino in Valdobbiadene e consegnarle nel bresciano conservandone intatte le proprietà, evitando che qualche elemento fondamentale andasse perduto lungo il tragitto? Quesito apparentemente insensato per chiunque non abbia mai provato a esportare dalla Marca Trevigiana il celebre spumante naturalmente fermentato.
Si narrano esperienze deludenti riguardo a bottiglie magnum che una volta stappate sapevano di tappo, a intere partite di Prosecco che, giunte a destinazione, avevano perduto ogni caratteristica originale come per effetto di una maledizione, di una nemesi di cui si ignorano le coordinate. Quale sortilegio influenza gli enzimi che inacidiscono il vino trafugato dal territorio di produzione?
Che i vinificatori della Marca abbiano ovviato a una parte del problema sostituendo il tappo di sughero con quello di plastica o col famigerato tappo-corona non ha diminuito l’incidenza di débacle a carico degli ingenui che hanno cercato di portar fuori impunemente il Prosecco dalle sue terre senza appartenere alla schiatta degli autoctoni. Bottiglie rotte nel bagagliaio, taniche misteriosamente bucate appena fuori della provincia e altri fatti inspiegabili hanno continuato a mettere a repentaglio le imprese degli incettatori forestieri. Inconvenienti a cui nessun commerciante del luogo invece pare essere mai andato incontro.
Si racconta di un siciliano che, portate due casse di Cartizze a Catania, se le è viste confiscare dalla polizia stradale dopo un sorpasso pericoloso. E che dire del fiorentino che credendo di essersi portato nella cascina di Scandicci una dozzina di bottiglie della Marca si è ritrovato al cospetto di un ammasso di vetri infranti e di una macchia di Prosecco sul pavimento? La bottiglia da cinque litri che sapeva di tappo, la cassa da dodici bottiglie rivoltate in aceto, i sei litri senza più alcun perlage dopo il passaggio dell’invisibile frontiera di Castelfranco Veneto. Fenomeni decifrabili solo attraverso la lente distorta del mistero?

Esisteva una frontiera, sì, che dal ponte di Vidor divideva il pianeta in due territori separati. L’enclave del Prosecco e il resto del mondo. Mario lo scoprì un giorno, quando in preda ad una delle sbornie più colossali della sua vita, adagiato sul letto che l’ospitava pietosamente in Moriago della Battaglia, venne fulminato dall’abbagliante fiaccola di una comprensione superiore.
Era morto, come altre volte in cui le colline del Cartizze l’avevano accolto sorridenti per poi sfiancarlo nel giro di una mezz’ora a suon di bicchieri in rapidissima successione. Sapeva che la vita lo stava lasciando e che, miracolo costantemente verificatosi, si sarebbe reincarnato nello stesso corpo per riprendere convalescente la vita di sempre. Di là la gente del luogo schiamazzava allegra e apparentemente immune dallo sconquasso che sapeva invece regolarmente spossarlo, sfinirlo, annichilirlo nell’overdose di vino e tabacco cui non riusciva a sottrarsi nonostante le ricorrenti promesse fatte a se stesso e alla cara Franca.
Lei veniva periodicamente a visitarlo, a tastargli il polso, a sentire se esistesse una possibilità di ripresa prima di cena. Gli altri aspettavano, ancora bevendo e fumando, raccontandosi barzellette e sfottendosi con leggerezza. Avevano fame, loro. Lui no. Non poteva.
Come può avere fame un morituro cui l’ultima vibrazione del ventricolo dice che l’esistenza è finita per un eccesso di piacere? Di quell’euforia gli rimane un vago ricordo legato all’immagine del wc di una cantina dove si brindava provando diverse qualità di prosecco, passando dal fermo al mosso, poi dal tranquillo al vivace, con qualche invereconda escursione nel territorio di un clinto difficile da contenere.
A quel nebbioso ricordo si legano successive visioni della campagna attraverso il vetro del finestrino, mentre qualcuno guida, chi? Giosué, ma come fa a guidare in queste condizioni? Senz’altro non è in queste condizioni, solo tu, Mario, versi nel disastro più rovinoso, con il disordine delle viscere e l’andirivieni dei capogiri che t’impediscono di fissare il paesaggio nella retina. Solo tu, quando scendi dall’auto davanti a casa, la casa che provvidenzialmente ti offrirà un giaciglio in pieno pomeriggio, nell’accostarti alla macchia per orinare hai uno sbuffo di vomito che spurga insieme al piscio quasi a tenergli compagnia.
Chi ti sta al fianco emette un flutto tranquillo, paglierino, ebbro di prosecco, e nient’altro. Lui sta bene. Sarà alticcio, ma sta bene. Infatti adesso è di là che ridacchia con gli altri mentre tu sei morto sul letto, con le scarpe teneramente sfilate e poste a terra da Franca.
La stanza è già volata via mentre tu restavi immobile, pesantissimo sulle coltri, come un macigno che neanche un terremoto saprebbe spostare, come un pezzo delle Alpi che hanno visto la Grande Guerra lì intorno, come un lembo massiccio dell’Isola dei Morti, come la parte sprofondata di un abisso che sembra non voler trovare un fondo. Tu sei quel fondo, in quanto tale introvabile.
È bastato mescolare una raffica di “ombre”, bicchieri neanche grandi, dosi da osteria dove l’oste avaro risparmia sul bicchiere, alternando le degustazioni, se così è lecito chiamarle, ad ampie boccate da tabagista consumato. Bacco e Tabacco non sempre sopportano Venere. Prima bisogna uscire dalla melma di questa indisposizione mortale, poi forse la carne chiederà il suo tributo e allora sì, Franca, allora sì, sentirai la potenza dei miei lombi e la lussuria delle mie mani intrecciarsi in un tantra indiavolato. Per ora aspetto che la morte finisca di ghermirmi e che lo spirito disperso nell’iperspazio ritrovi la strada del mio povero corpo.
Franca tornava di là e leggeva il bollettino medico. “È ancora in coma, meglio se si vanno a prendere delle pizze e le si mangia qui, in taverna”. Daniela assentiva, Giosué era accomodante, Marco se ne fregava, continuando a bere con Gandalf, non il grigio, Gandalf il verde-prosecco, intriso di bicchieri in dosi non inferiori, ma capace di reggerne altrettanti senza sembrare più strambo del solito.
Michela e Nadia convenivano rassegnate. Era forse più debole l’uomo che stava morendo nella stanza di là rispetto ai loro compagni, apparentemente in forma e baldanzosamente presenti a se stessi? Il dubbio di un’insensibilità al veleno che non ne riduce la propagazione vibrava nelle loro voci tolleranti. I due incrollabili si offrivano per la spedizione, mentre Mario subiva il pensiero remoto che, tra la loro andata e il loro ritorno, avrebbe guadagnato qualche mezz’ora di tranquillità e forse avrebbe fatto in tempo a reincarnarsi.
Il buio e il nero, il nero e il buio, entrambi artificialmente ottenuti nella camera ardente in cui giaceva il corpo dell’audace, caduto in trappola per l’ennesima volta, impigliato nella medesima tagliola fatta di alcol e bollicine. L’oscurità della sera unita a quella delle lampade, spente come le funzioni organiche che lo sostenevano invero senza farsene accorgere.
Mario era in un lutto profondo, aleggiava ai confini dell’Ade e rivedeva nelle nebulose immagini che gli attraversavano i neuroni strane forme dell’infanzia, lontane sensazioni di un’adolescenza rimasta prossima, presente e palpitante più del povero polso smunto dalla prova alcolica. Sarebbe tornato da quel viaggio insensato e non ne avrebbe riportato alcuna preveggenza per il futuro. Ci sarebbe ricascato, lo sentiva, illudendosi fino all’istante immediatamente precedente il crollo che la forza dell’esperienza stavolta l’avrebbe sostenuto. Ma quale esperienza? Gli errori sono sempre gli stessi e non si emendano nella routine della ripetizione.
Fu in quel momento, forse stimolato dal ritorno degli intrepidi con le pizze al seguito, certamente spinto dall’urgenza di prepararsi al sollevamento della montagna immobile chiamata corpo, che Mario percepì il chiarore vivido di una consapevolezza.
Dapprima in forma di semplice emozione, residuo di esaltazione etilica, comparve nell’animo suo la certezza di un’intuizione conseguibile solo attraverso un sesto senso. Avvertì gli ettolitri di Prosecco incamerati negli ultimi due anni, nel corso delle varie incursioni nella provincia di Valdobbiadene, attraversargli l’organismo e la mente ad un tempo. Il fluire pacato di sensazioni, paragonabili a quelle suscitate dalla spezia di Dune, si stava diffondendo nell’indefinita area della sua coscienza come un talismano capace di trasformare l’acqua in vino, la sabbia in oro. Non gridò Eureka solo perché non era ancora in grado di articolare parola, ma il pensiero fu quello: ho trovato!
La compenetrazione con l’essenza vivente del mosto fermentato in quelle zone lo aveva benedetto, gli aveva aperto un terzo occhio nella fronte permettendogli di delineare una teoria per il momento unicamente in stato di abbozzo. Doveva estrarla dalla condizione di concettualità, tradurla in due o tre principi consequenziali e reversibili, elaborarla in formule che rispondessero al lessico degli umani e poi verificarla sul campo. Tutto ciò sarebbe stato possibile una volta che la putrefazione avanzata del suo corpo si fosse decisa a retrocedere verso un più accettabile rintronamento.
Franca entrò nella stanza e dolcemente gli sfiorò il braccio.
- Ci sono le pizze, te la senti di mangiare? Si raffreddano e dopo fanno schifo.
Meravigliosa praticità femminile. Mario provò gratitudine per l’empirismo che pervadeva quel corpo fatto per amare. Era posata come la terra si posa dopo un uragano, ferma come polvere in una landa senza vento, solida e accogliente nell’assorbire e scaricare le energie disordinate che l’uomo le rovesciava addosso senza grande riguardo, di tanto in tanto, come veniva, a seconda delle necessità. Era un tronco che assorbe i fulmini e li trattiene, l’unico sotto il quale ripararsi senza pericolo.
Mario grugnì qualcosa che poteva essere un “sì”, ma anche un “aspetta un attimo”, uno di quegli attimi che volano più rapidi degli aerei supersonici e raggiungono la velocità della luce fermando il tempo per sé e lasciandolo scorrere per gli altri. Un attimo che per il resto del mondo sarebbe potuto durare cinque ore pur rimanendo un brevissimo attimo per lui.
- Cosa? - chiese Franca paziente.
- Sì. - bocca orribilmente impastata - Mi alzo tra un attimo.
Di quale attimo si sarebbe trattato? Di quello buono. Se le forze ancora non sostenevano il povero Mario, vi era una luce interiore che lo spingeva a sollevarsi come Lazzaro sotto il richiamo di Gesù, come Saulo caduto da cavallo. Doveva riuscire a rimettersi in piedi, a concedere alla pizza l’opportunità di assorbire il liquido che aveva minacciato la sua vita, doveva riprendere le forze per annunciare al mondo la buona novella, per infondere coraggio all’Ecclesia e scoraggiare l’empietà dei Corinzi.
Acconsentì a che le braccia stabili di Franca lo aiutassero ad alzarsi e si recò subito in bagno per lavarsi i denti. Lo sbocco di vomito mollato sul campo davanti a casa doveva avergli lasciato un alito indecente e quello è il primo elemento importante da bonificare per un oratore che si riprometta di enunciare una grande scoperta, una teoria rivoluzionaria.
Quando uscì s’infilò le scarpe lottando per sconfiggere il maremoto che ancora gli agitava i sensi, quindi si mise in posizione eretta, richiamando mentalmente la solennità dell’istante archetipico che in un’altra era aveva permesso l’avvento dell’homo sapiens. Tutti i grandi momenti risentono delle lontane armoniche di momenti altrettanto cruciali per l’evoluzione della specie.
La taverna lo accolse col tepore del camino acceso e col sorriso di Daniela, incontrata per la prima volta adesso, dall’arrivo di Mario nella Marca. Lei gli si fece incontro porgendo entrambe le guance per il bacio ed è ovvio che se si offrono entrambe le guance il bacio finirà inevitabilmente al centro di esse, ovvero sulla bocca.
Ecco cosa mancava all’equazione. La padrona di casa che donava il benvenuto nel modo più dolce era solo il punto di focalizzazione di una scena piena di personaggi di contorno. Gandalf e Marco, Nadia e Daniela, Giosuè e la stessa Franca lo osservavano come si guarda un redivivo, con la pazienza e il sorriso di chi ha atteso a lungo il ritorno alla vita di un malato forse perso per sempre. Sorriso non privo d’ironia, data la natura dell’infermità provvisoria.
Si trattava ora di cogliere l’occasione propizia all’enunciazione della scoperta, alla formulazione della teoria. Le pizze erano sul lungo tavolo di legno, nei loro involucri di cartone.
- Per te abbiamo preso una Margherita. - precisò Franca.
- Hai fatto bene, tesoro. - concesse il resuscitato.
Gli scrigni si aprirono e il profumo di funghi, melanzane e mozzarella si sparse per la stanza fino al basso soffitto. Le posate presero a tintinnare. Giosuè offrì a Mario di versargli un goccio di prosecco ma egli rifiutò con garbo, reprimendo a fatica il disgusto che l’idea gli procurava.
- Bevo acqua, grazie. - annunciò - Devo essere lucido per scegliere le parole adatte a quanto sto per dire.
Non si creò un vero e proprio silenzio. Il vino agiva sugli altri a livello subliminale. Parevano tutti svegli e vivaci, ma l’alcol li stava già corrodendo da anni. Continuavano nella commedia quotidiana per inerzia. Stavano ritti a tavola, con movenze civili e modi socialmente accettabili, ma dentro sperimentavano da tempo, cronicamente, la morte che coglieva Mario a livello acuto ad ogni sua venuta in Valdobbiadene. Solo Franca parve sinceramente interessata all’esternazione del compagno. Lo dimostrò atteggiando il viso all’ascolto, senza però coinvolgere il resto della congrega.
- Perché ho qualcosa di importante da dire. - insisté Mario - Qualcosa che ho capito.
Laddove non poteva l’attenzione poté la cortesia. Daniela chiese gentilmente:
- Che cosa?
Come riassumere sinteticamente ciò che gli era baluginato nella mente in stato d’incoscienza? Ciò che gli era apparso come un’informe lumino di consapevolezza ora esigeva di essere espresso compiutamente, in periodi ben costruiti e intelligibili. Mario radunò ogni brandello di logica a disposizione e disse tutto d’un fiato:
- Ho capito come mai alcuni riescono a portare fuori il prosecco dalla Marca conservandone le caratteristiche e altri invece vedono guastarsene le qualità ancor prima di arrivare a casa.
Aveva scelto parole ricercate, un linguaggio che usualmente non era il suo ma, si sa, il doposbornia fa di questi scherzi, e per lui il dopo era lontano da venire. Gandalf tintinnò tra forchetta e bicchiere per ottenere il giusto grado di concentrazione da parte degli indisciplinati astanti.
- È necessario pagare un tributo a questa terra. - proseguì Mario - L’ho sempre pensato. Mica ti lascia il vino così, a buon mercato, solo perché vai a comprarlo in qualche cantina.
- Ah no? - disse Michela col sorriso ironico che lui ammirava tanto.
- No. Bisogna guadagnarselo, propiziarselo come in ogni sano rito tramandato attraverso i tempi. La Terra e gli spiriti che ne custodiscono i differenti luoghi hanno sempre richiesto agli umani un obolo, un prezzo di sangue. Si portava a macellare il caprone su una pietra del tempio, o su un altare di legna eretto in aperta campagna. Si saliva alla collina con l’agnello sulle spalle e poi lo si sgozzava per ottenere la benevolenza degli dei. Abramo stava per farlo con suo figlio Isacco, perché Jawheh l’aveva ordinato come prova di obbedienza. E prima ancora, o dopo, si donava il cuore di una vergine al capriccio di un dio assetato. “Cosa sei disposto a offrirmi in cambio dei miei doni?” questa è la domanda terribile a cui ogni popolo ha dovuto rispondere fino a che la civiltà non ha creduto di poterlo preservare dalla superstizione.
Linguaggio senz’altro inadatto, altisonante e un po’ tronfio. Scrittore da anni, Mario prima di allora non aveva mai inteso precipitare il peso della sua formazione culturale sui volti arrossati di vino ai quali amava accompagnarsi. Era una vera scortesia, un’ostentazione inutile e oltraggiosa. Si trovava in famiglia. Che bisogno aveva d’infierire dando un’immagine falsa della propria persona?
Il Prosecco parlava attraverso di lui, lo invasava dopo averlo posseduto in punto di morte. Le parole ormai non erano più in suo potere, era lui ad esserne padroneggiato, plasmato. In fondo nei suoi amati ascoltatori trovava molta più tolleranza di quanta avrebbe osato sperare. Non tutti i termini erano chiari, molti dei riferimenti antichi risultavano fumosi, ma il concetto preliminare era trapelato all’uditorio in dose sufficiente a creare curiosità per il seguito del discorso. Il silenzio interrotto solo dal lavorio delle mandibole lo lasciava chiaramente intendere, incoraggiando Mario a proseguire.
- Era forse tutta superstizione, mi domando, o quegli usi da noi considerati barbari nascondevano l’eredità di antiche sapienze? E se noi, società civili sfuggite alla durezza della natura, della fame e della guerra non avessimo operato altro che una colossale rimozione di tutto ciò che era stato vero e vitale?
Stava proprio esagerando. Infatti Gandalf, interpretando il pensiero generale, lo sollecitò ad andare al nocciolo della questione con un semplice richiamo al filo del ragionamento non ancora sviluppato:
- Insomma, il prosecco vuole un sacrificio?
Mario lo fissò un istante con espressione vacua. Era come non capisse a cosa il giovane si stava riferendo. Era stato lui a dire questo? Breve impasse dovuta a uno dei vuoti dell’alcol. Riavvolse rapidamente i pensieri e si ritrovò.
- S… sì. - rispose - Non proprio il prosecco ma la sua terra, i campi che lo generano, i vigneti, gli spiriti delle colline.
- Gli spiriti delle colline! - rise Nadia.
- Lo spirito della grappa. - commentò Giosuè, giocando spontaneamente sul doppio senso.
Stava andando tutto in vacca. Se voleva fermare nella mente la propria teoria, Mario doveva innanzitutto saperla esprimere in modo compiuto e credibile. Ne avvertì l’urgenza. Non era a repentaglio la sua reputazione quanto la sua integrità intellettuale.
- Ma allora! - esclamò - Vi sto parlando seriamente! Tutti qui sappiamo che se qualcuno vuole del buon prosecco deve farselo portare da uno del luogo. Cioè, non lo sappiamo tutti perché quattro di noi sono di qui e in quanto tali non sono soggetti ai disguidi in cui incappa di solito l’importatore forestiero, ma è come se ve ne fosse coscienza senza mai menzionare il problema.
Era tornato a incasinarsi con le parole. Chi se ne frega, pensò, avanti Savoia! Si fa l’Italia o si muore! Riprese con più forza:
- Quante volte ho portato del vino da qui a Genivolta e me lo sono ritrovato impazzito, inacidito, frantumato nelle bottiglie? Molte, ve lo dico io. Ma non tutte. Ciò che mi sfuggiva era la regola che sottostava ad avvenimenti apparentemente casuali e slegati. Non sospettavo ve ne fosse una, finché oggi, ruminandoci sopra nell’aldilà, ne ho afferrato il capo. Ci sono spiriti nella Marca, ve lo dico io. C’è una specie di emisfero invisibile, una cappa che riveste la zona in modo perfettamente circolare, da Vidor a Feltre, da Conegliano a Castelfranco. Una cupola tanto trasparente quanto impenetrabile, attraverso cui passano macchine e persone, camion e moto, viveri d’ogni genere, derrate e medicinali, ma non il vino! Se il prosecco viene condotto al di fuori di quest’area è solo grazie all’intraprendenza degli autoctoni.
- Gli autotreni… - confermò candidamente Giosué.
- No! - disse Mario con più forza - Gli autoctoni! Gli abitanti del luogo, i nativi, quelli che sono venuti al mondo qui e che qui sono cresciuti! Sono loro a commerciare il prosecco, a venderlo nel mondo, loro sono i veicoli a cui il territorio permette l’ingresso e l’uscita senza alcun pedaggio. Se loro… se voi, Giosué, Daniela, Nadia, Michela e Marco, prendete delle casse di prosecco e le portate a Perugia…
- Perché a Perugia? - chiese Marco, spinto dalla deformazione professionale del camionista.
- Lascia stare! È solo per dire una città che non sia nel trevigiano. Se portate una cassa di prosecco a Perugia, dicevo…
- Gli danno in cambio una cassa di Baci. - rise Gandalf.
Mario non volle neanche badare all’ennesima interruzione. Proseguì con piglio sempre più ostinato:
- … il vino rimane valido, non si rovina per niente e la cassa resta intatta. Su questo si basa l’economia della zona. Non sul fatto che venga gente a comprare, ma che voi usciate a vendere! Quella è l’unica condizione che permette lo smercio di questo vino buonissimo.
Giosué colse l’occasione per cercare di riempirgliene un bicchiere, ma l’oratore lo fermò con un gesto risoluto della mano.
- Se invece ci prova qualcuno di noi, qualche veronese, bresciano, milanese o anche uno straniero, un francese, un tedesco…
- Un cretino. - disse Gandalf spiazzando completamente il relatore e costringendolo a chiedere:
- Perché un cretino?
- Un abitante di Creta. - rispose garrulo il giovanotto.
La risata si propagò lungo la tavolata come una ola. Mario si sforzò di aderire al buonumore senza riuscirci. La stizza glielo impediva.
- Dimenticavo che tu sei nato lì. - replicò, portando il gelo nella stanza.
Che caduta di stile, la sua, non quella di Gandalf, abituato a dire battute e a inventarne. Si era in una situazione conviviale e Mario sbagliava a pretendere che tutti si uniformassero alla sua visione della realtà. La cattedra da cui parlava era una panca di taverna e gli alunni stavano ancora buttando giù prosecco dopo che lui aveva dato forfait da quasi quattro ore. Cosa voleva, silenzio assoluto e accademico rispetto per un trombone ancora ubriaco nell’esercizio del suo delirio? Si scusò con il destinatario dell’offesa e con tutti gli altri, poi chiese con sincera umiltà se poteva completare il discorso.
Un coro di esortazioni lo investì.
- Vai Mario! - tifò per primo Gandalf.
- Continua. - disse Giosué versando da bere a chi ne voleva.
Daniela si unì a Michela, a Nadia e Marco nello scandire:
- Ma-rio, Ma-rio, Ma-rio…
Sorrise allora alla bendisposta compagnia e, con l’aria di chi concede un bis, riprese:
- Se un forestiero cerca di portar fuori il prosecco dalla sua terra senza offrire niente in cambio, il vino subirà alterazioni o incidenti che vanificheranno l’impresa. Il punto è questo. Se non hai la fortuna di essere nato in queste zone, il prosecco te lo devi far portare da un trevigiano oppure devi pagare.
- Cosa c’è di strano? - chiese Michela - Tutti quelli che lo vengono a prendere lo pagano, il vino.
- Sì cara, ma se vogliono che si conservi così com’è non basta che sborsino qualche decina di euro. La modalità di pagamento richiesta è d’altro genere e a chiederla non sono i commercianti, i produttori di prosecco o le cantine sociali. Sono gli spiriti, i folletti del prosecco, le ninfe delle viti, l’anima della Terra o come diavolo vogliamo identificare quest’entità arcaica ancora presente, a decidere il prezzo. E il prezzo, come parecchi secoli fa, come è sempre stato, è un prezzo di sangue e d’amore.
Ora sì, era il momento d’interporre una bella pausa. Con quale piacere Mario assaporò l’attenzione che si era venuta a creare. Pendevano dalle sue labbra. Bevve un lungo sorso d’acqua e proseguì con meno enfasi:
- Delle volte mi sono portato a casa del prosecco perfetto, dicevo, altre invece era aceto, sapeva di tappo oppure mi si rompevano in qualche modo le bottiglie. Cosa mi ha permesso di avere del buon vino le poche volte in cui ci sono riuscito? In quale modo ho trafugato il nettare di questa terra col consenso degli dei?
Il silenzio era sfavillante. Un profondo respiro e poi:
- Ho rischiato di morire. In altri pomeriggi, come in questo, ho creduto di rendere l’anima al cielo. Ero io l’agnello sacrificale graziato in extremis dall’Angelo venuto a fermare la mano di Abramo. Io, che stavo lasciando per sempre questa valle di lacrime, sempre facevo ritorno alla terra dei vivi con il lasciapassare degli spiriti della Marca. Il Paese delle Ombre aveva accettato il sacrificio concedendomi ancora una volta di poter bere dal calice dove il veleno si era tramutato in ambrosia.
Stava di nuovo volando alto, ma il momento lo richiedeva. Lo ascoltavano tutti con sguardo rapito. Negli occhi delle ragazze forse si agitava una lacrima reticente.
- Stavo per morire. Franca anche oggi ha detto che ero in coma. Termine quanto mai appropriato. Ogni volta che mi sono ritrovato sul letto di là, incapace di muovermi, stavo compiendo il viaggio rituale attraverso gli inferi. Visitavo i cari estinti, rivedevo i desideri non esauditi, salutavo chi non avevo potuto salutare. Nel ritornare in me, mai espressione fu più giusta, riportavo il permesso di condurre al mio seguito la quantità di prosecco prevista.
Il silenzio nella compagnia continuava anche se il discorso pareva essere giunto al capolinea. Cos’altro c’era da aggiungere? Nemmeno il relatore lo sapeva. Era completa l’esposizione oppure mancava qualcosa? Mario indagava nella mente l’impressione di qualcosa che ancora gli sfuggiva, quando Michela inclinò lievemente il capo e chiese in un mormorio:
- Scusa, avevi detto un prezzo di sangue e d’amore. Se questo era il sangue, l’amore in cosa consiste?
- Brava! - disse Mario - Me ne stavo scordando! Non basta il sacrificio. Come in ogni saga che si rispetti, ci vuole anche il bacio della Bella.
Si rivolse a Daniela:
- Tu lavori sempre fino a tardi. Anche il sabato. Quando vengo, di solito svengo molto prima del tuo arrivo, scusa il bisticcio. - poi, riprendendo a parlare all’intero uditorio - È normale che nel tornare in me mi trovi a salutare Daniela come prima cosa e il saluto avviene con un bacio. Un bacio dato alla regina della casa, un bacio ricevuto dalla principessa della Marca. Questo è il tributo d’amore.
Non poté che seguire un applauso. Che soddisfazione! La teoria era distillata, l’orazione era stata sperimentata su un pubblico difficile, il racconto era pronto e lo spettacolo avrebbe potuto essere messo in scena altre volte. Non un monologo, non una conferenza, piuttosto un’animata conversazione conviviale. La platea aveva interagito contribuendo a stabilire le giuste pause, suggerendo le indispensabili provocazioni. Mario adesso si sentiva finalmente uscito dalla sbornia, anche se non era vero.
Non sarebbe stato vero fino al mattino seguente, pur continuando a pasteggiare ad acqua. Nella notte si sarebbe svegliato come di consueto intorno alle tre o alle quattro, avrebbe sfiorato Franca che dormiva, l’avrebbe svegliata per chiacchierare. Le avrebbe detto stupidaggini travestite da grandi verità. Avrebbe forse riprovato con lei la parte dello scopritore, dell’antropologo spicciolo che rivela il mistero del prosecco. Franca lo avrebbe baciato dolcemente e gli avrebbe tenuto la testa sul petto, poiché per questo è fatta una donna, per perdonare all’uomo la sua debolezza.
Mentre l’indomani guidava fiaccamente sulla via del ritorno, Mario avvertiva dietro di sé le Alpi, tranquille come il prosecco fermo. Gli stavano augurando buon viaggio. Il Piave aveva smesso di mormorare da tanto tempo e i fantasmi delle colline dai bassi vigneti dormivano come erano soliti fare la domenica. Il ponte di Vidor era ormai fuori vista, così come il Paese delle Ombre.
Il paese delle ombre
scritto da Visitatore, dicembre 10, 2006
Caro Mario,
l\'ho finito di scrivere quando te ne sei andato e te l\'ho spedito l\'indomani. Te lo invio nuovamente, visto che ne avevamo parlato ed e\' a te dedicato. Baci
Marco

IL PAESE DELLE OMBRE

di

MARCO ONGARO



Dedicato a Mario Mantovani


Ma cosa rendeva così straordinario il Prosecco di Mario? Come mai qualcuno poteva prendere delle taniche di vino in Valdobbiadene e consegnarle nel bresciano conservandone intatte le proprietà, evitando che qualche elemento fondamentale andasse perduto lungo il tragitto? Quesito apparentemente insensato per chiunque non abbia mai provato a esportare dalla Marca Trevigiana il celebre spumante naturalmente fermentato.
Si narrano esperienze deludenti riguardo a bottiglie magnum che una volta stappate sapevano di tappo, a intere partite di Prosecco che, giunte a destinazione, avevano perduto ogni caratteristica originale come per effetto di una maledizione, di una nemesi di cui si ignorano le coordinate. Quale sortilegio influenza gli enzimi che inacidiscono il vino trafugato dal territorio di produzione?
Che i vinificatori della Marca abbiano ovviato a una parte del problema sostituendo il tappo di sughero con quello di plastica o col famigerato tappo-corona non ha diminuito l’incidenza di débacle a carico degli ingenui che hanno cercato di portar fuori impunemente il Prosecco dalle sue terre senza appartenere alla schiatta degli autoctoni. Bottiglie rotte nel bagagliaio, taniche misteriosamente bucate appena fuori della provincia e altri fatti inspiegabili hanno continuato a mettere a repentaglio le imprese degli incettatori forestieri. Inconvenienti a cui nessun commerciante del luogo invece pare essere mai andato incontro.
Si racconta di un siciliano che, portate due casse di Cartizze a Catania, se le è viste confiscare dalla polizia stradale dopo un sorpasso pericoloso. E che dire del fiorentino che credendo di essersi portato nella cascina di Scandicci una dozzina di bottiglie della Marca si è ritrovato al cospetto di un ammasso di vetri infranti e di una macchia di Prosecco sul pavimento? La bottiglia da cinque litri che sapeva di tappo, la cassa da dodici bottiglie rivoltate in aceto, i sei litri senza più alcun perlage dopo il passaggio dell’invisibile frontiera di Castelfranco Veneto. Fenomeni decifrabili solo attraverso la lente distorta del mistero?

Esisteva una frontiera, sì, che dal ponte di Vidor divideva il pianeta in due territori separati. L’enclave del Prosecco e il resto del mondo. Mario lo scoprì un giorno, quando in preda ad una delle sbornie più colossali della sua vita, adagiato sul letto che l’ospitava pietosamente in Moriago della Battaglia, venne fulminato dall’abbagliante fiaccola di una comprensione superiore.
Era morto, come altre volte in cui le colline del Cartizze l’avevano accolto sorridenti per poi sfiancarlo nel giro di una mezz’ora a suon di bicchieri in rapidissima successione. Sapeva che la vita lo stava lasciando e che, miracolo costantemente verificatosi, si sarebbe reincarnato nello stesso corpo per riprendere convalescente la vita di sempre. Di là la gente del luogo schiamazzava allegra e apparentemente immune dallo sconquasso che sapeva invece regolarmente spossarlo, sfinirlo, annichilirlo nell’overdose di vino e tabacco cui non riusciva a sottrarsi nonostante le ricorrenti promesse fatte a se stesso e alla cara Franca.
Lei veniva periodicamente a visitarlo, a tastargli il polso, a sentire se esistesse una possibilità di ripresa prima di cena. Gli altri aspettavano, ancora bevendo e fumando, raccontandosi barzellette e sfottendosi con leggerezza. Avevano fame, loro. Lui no. Non poteva.
Come può avere fame un morituro cui l’ultima vibrazione del ventricolo dice che l’esistenza è finita per un eccesso di piacere? Di quell’euforia gli rimane un vago ricordo legato all’immagine del wc di una cantina dove si brindava provando diverse qualità di prosecco, passando dal fermo al mosso, poi dal tranquillo al vivace, con qualche invereconda escursione nel territorio di un clinto difficile da contenere.
A quel nebbioso ricordo si legano successive visioni della campagna attraverso il vetro del finestrino, mentre qualcuno guida, chi? Giosué, ma come fa a guidare in queste condizioni? Senz’altro non è in queste condizioni, solo tu, Mario, versi nel disastro più rovinoso, con il disordine delle viscere e l’andirivieni dei capogiri che t’impediscono di fissare il paesaggio nella retina. Solo tu, quando scendi dall’auto davanti a casa, la casa che provvidenzialmente ti offrirà un giaciglio in pieno pomeriggio, nell’accostarti alla macchia per orinare hai uno sbuffo di vomito che spurga insieme al piscio quasi a tenergli compagnia.
Chi ti sta al fianco emette un flutto tranquillo, paglierino, ebbro di prosecco, e nient’altro. Lui sta bene. Sarà alticcio, ma sta bene. Infatti adesso è di là che ridacchia con gli altri mentre tu sei morto sul letto, con le scarpe teneramente sfilate e poste a terra da Franca.
La stanza è già volata via mentre tu restavi immobile, pesantissimo sulle coltri, come un macigno che neanche un terremoto saprebbe spostare, come un pezzo delle Alpi che hanno visto la Grande Guerra lì intorno, come un lembo massiccio dell’Isola dei Morti, come la parte sprofondata di un abisso che sembra non voler trovare un fondo. Tu sei quel fondo, in quanto tale introvabile.
È bastato mescolare una raffica di “ombre”, bicchieri neanche grandi, dosi da osteria dove l’oste avaro risparmia sul bicchiere, alternando le degustazioni, se così è lecito chiamarle, ad ampie boccate da tabagista consumato. Bacco e Tabacco non sempre sopportano Venere. Prima bisogna uscire dalla melma di questa indisposizione mortale, poi forse la carne chiederà il suo tributo e allora sì, Franca, allora sì, sentirai la potenza dei miei lombi e la lussuria delle mie mani intrecciarsi in un tantra indiavolato. Per ora aspetto che la morte finisca di ghermirmi e che lo spirito disperso nell’iperspazio ritrovi la strada del mio povero corpo.
Franca tornava di là e leggeva il bollettino medico. “È ancora in coma, meglio se si vanno a prendere delle pizze e le si mangia qui, in taverna”. Daniela assentiva, Giosué era accomodante, Marco se ne fregava, continuando a bere con Gandalf, non il grigio, Gandalf il verde-prosecco, intriso di bicchieri in dosi non inferiori, ma capace di reggerne altrettanti senza sembrare più strambo del solito.
Michela e Nadia convenivano rassegnate. Era forse più debole l’uomo che stava morendo nella stanza di là rispetto ai loro compagni, apparentemente in forma e baldanzosamente presenti a se stessi? Il dubbio di un’insensibilità al veleno che non ne riduce la propagazione vibrava nelle loro voci tolleranti. I due incrollabili si offrivano per la spedizione, mentre Mario subiva il pensiero remoto che, tra la loro andata e il loro ritorno, avrebbe guadagnato qualche mezz’ora di tranquillità e forse avrebbe fatto in tempo a reincarnarsi.
Il buio e il nero, il nero e il buio, entrambi artificialmente ottenuti nella camera ardente in cui giaceva il corpo dell’audace, caduto in trappola per l’ennesima volta, impigliato nella medesima tagliola fatta di alcol e bollicine. L’oscurità della sera unita a quella delle lampade, spente come le funzioni organiche che lo sostenevano invero senza farsene accorgere.
Mario era in un lutto profondo, aleggiava ai confini dell’Ade e rivedeva nelle nebulose immagini che gli attraversavano i neuroni strane forme dell’infanzia, lontane sensazioni di un’adolescenza rimasta prossima, presente e palpitante più del povero polso smunto dalla prova alcolica. Sarebbe tornato da quel viaggio insensato e non ne avrebbe riportato alcuna preveggenza per il futuro. Ci sarebbe ricascato, lo sentiva, illudendosi fino all’istante immediatamente precedente il crollo che la forza dell’esperienza stavolta l’avrebbe sostenuto. Ma quale esperienza? Gli errori sono sempre gli stessi e non si emendano nella routine della ripetizione.
Fu in quel momento, forse stimolato dal ritorno degli intrepidi con le pizze al seguito, certamente spinto dall’urgenza di prepararsi al sollevamento della montagna immobile chiamata corpo, che Mario percepì il chiarore vivido di una consapevolezza.
Dapprima in forma di semplice emozione, residuo di esaltazione etilica, comparve nell’animo suo la certezza di un’intuizione conseguibile solo attraverso un sesto senso. Avvertì gli ettolitri di Prosecco incamerati negli ultimi due anni, nel corso delle varie incursioni nella provincia di Valdobbiadene, attraversargli l’organismo e la mente ad un tempo. Il fluire pacato di sensazioni, paragonabili a quelle suscitate dalla spezia di Dune, si stava diffondendo nell’indefinita area della sua coscienza come un talismano capace di trasformare l’acqua in vino, la sabbia in oro. Non gridò Eureka solo perché non era ancora in grado di articolare parola, ma il pensiero fu quello: ho trovato!
La compenetrazione con l’essenza vivente del mosto fermentato in quelle zone lo aveva benedetto, gli aveva aperto un terzo occhio nella fronte permettendogli di delineare una teoria per il momento unicamente in stato di abbozzo. Doveva estrarla dalla condizione di concettualità, tradurla in due o tre principi consequenziali e reversibili, elaborarla in formule che rispondessero al lessico degli umani e poi verificarla sul campo. Tutto ciò sarebbe stato possibile una volta che la putrefazione avanzata del suo corpo si fosse decisa a retrocedere verso un più accettabile rintronamento.
Franca entrò nella stanza e dolcemente gli sfiorò il braccio.
- Ci sono le pizze, te la senti di mangiare? Si raffreddano e dopo fanno schifo.
Meravigliosa praticità femminile. Mario provò gratitudine per l’empirismo che pervadeva quel corpo fatto per amare. Era posata come la terra si posa dopo un uragano, ferma come polvere in una landa senza vento, solida e accogliente nell’assorbire e scaricare le energie disordinate che l’uomo le rovesciava addosso senza grande riguardo, di tanto in tanto, come veniva, a seconda delle necessità. Era un tronco che assorbe i fulmini e li trattiene, l’unico sotto il quale ripararsi senza pericolo.
Mario grugnì qualcosa che poteva essere un “sì”, ma anche un “aspetta un attimo”, uno di quegli attimi che volano più rapidi degli aerei supersonici e raggiungono la velocità della luce fermando il tempo per sé e lasciandolo scorrere per gli altri. Un attimo che per il resto del mondo sarebbe potuto durare cinque ore pur rimanendo un brevissimo attimo per lui.
- Cosa? - chiese Franca paziente.
- Sì. - bocca orribilmente impastata - Mi alzo tra un attimo.
Di quale attimo si sarebbe trattato? Di quello buono. Se le forze ancora non sostenevano il povero Mario, vi era una luce interiore che lo spingeva a sollevarsi come Lazzaro sotto il richiamo di Gesù, come Saulo caduto da cavallo. Doveva riuscire a rimettersi in piedi, a concedere alla pizza l’opportunità di assorbire il liquido che aveva minacciato la sua vita, doveva riprendere le forze per annunciare al mondo la buona novella, per infondere coraggio all’Ecclesia e scoraggiare l’empietà dei Corinzi.
Acconsentì a che le braccia stabili di Franca lo aiutassero ad alzarsi e si recò subito in bagno per lavarsi i denti. Lo sbocco di vomito mollato sul campo davanti a casa doveva avergli lasciato un alito indecente e quello è il primo elemento importante da bonificare per un oratore che si riprometta di enunciare una grande scoperta, una teoria rivoluzionaria.
Quando uscì s’infilò le scarpe lottando per sconfiggere il maremoto che ancora gli agitava i sensi, quindi si mise in posizione eretta, richiamando mentalmente la solennità dell’istante archetipico che in un’altra era aveva permesso l’avvento dell’homo sapiens. Tutti i grandi momenti risentono delle lontane armoniche di momenti altrettanto cruciali per l’evoluzione della specie.
La taverna lo accolse col tepore del camino acceso e col sorriso di Daniela, incontrata per la prima volta adesso, dall’arrivo di Mario nella Marca. Lei gli si fece incontro porgendo entrambe le guance per il bacio ed è ovvio che se si offrono entrambe le guance il bacio finirà inevitabilmente al centro di esse, ovvero sulla bocca.
Ecco cosa mancava all’equazione. La padrona di casa che donava il benvenuto nel modo più dolce era solo il punto di focalizzazione di una scena piena di personaggi di contorno. Gandalf e Marco, Nadia e Daniela, Giosuè e la stessa Franca lo osservavano come si guarda un redivivo, con la pazienza e il sorriso di chi ha atteso a lungo il ritorno alla vita di un malato forse perso per sempre. Sorriso non privo d’ironia, data la natura dell’infermità provvisoria.
Si trattava ora di cogliere l’occasione propizia all’enunciazione della scoperta, alla formulazione della teoria. Le pizze erano sul lungo tavolo di legno, nei loro involucri di cartone.
- Per te abbiamo preso una Margherita. - precisò Franca.
- Hai fatto bene, tesoro. - concesse il resuscitato.
Gli scrigni si aprirono e il profumo di funghi, melanzane e mozzarella si sparse per la stanza fino al basso soffitto. Le posate presero a tintinnare. Giosuè offrì a Mario di versargli un goccio di prosecco ma egli rifiutò con garbo, reprimendo a fatica il disgusto che l’idea gli procurava.
- Bevo acqua, grazie. - annunciò - Devo essere lucido per scegliere le parole adatte a quanto sto per dire.
Non si creò un vero e proprio silenzio. Il vino agiva sugli altri a livello subliminale. Parevano tutti svegli e vivaci, ma l’alcol li stava già corrodendo da anni. Continuavano nella commedia quotidiana per inerzia. Stavano ritti a tavola, con movenze civili e modi socialmente accettabili, ma dentro sperimentavano da tempo, cronicamente, la morte che coglieva Mario a livello acuto ad ogni sua venuta in Valdobbiadene. Solo Franca parve sinceramente interessata all’esternazione del compagno. Lo dimostrò atteggiando il viso all’ascolto, senza però coinvolgere il resto della congrega.
- Perché ho qualcosa di importante da dire. - insisté Mario - Qualcosa che ho capito.
Laddove non poteva l’attenzione poté la cortesia. Daniela chiese gentilmente:
- Che cosa?
Come riassumere sinteticamente ciò che gli era baluginato nella mente in stato d’incoscienza? Ciò che gli era apparso come un’informe lumino di consapevolezza ora esigeva di essere espresso compiutamente, in periodi ben costruiti e intelligibili. Mario radunò ogni brandello di logica a disposizione e disse tutto d’un fiato:
- Ho capito come mai alcuni riescono a portare fuori il prosecco dalla Marca conservandone le caratteristiche e altri invece vedono guastarsene le qualità ancor prima di arrivare a casa.
Aveva scelto parole ricercate, un linguaggio che usualmente non era il suo ma, si sa, il doposbornia fa di questi scherzi, e per lui il dopo era lontano da venire. Gandalf tintinnò tra forchetta e bicchiere per ottenere il giusto grado di concentrazione da parte degli indisciplinati astanti.
- È necessario pagare un tributo a questa terra. - proseguì Mario - L’ho sempre pensato. Mica ti lascia il vino così, a buon mercato, solo perché vai a comprarlo in qualche cantina.
- Ah no? - disse Michela col sorriso ironico che lui ammirava tanto.
- No. Bisogna guadagnarselo, propiziarselo come in ogni sano rito tramandato attraverso i tempi. La Terra e gli spiriti che ne custodiscono i differenti luoghi hanno sempre richiesto agli umani un obolo, un prezzo di sangue. Si portava a macellare il caprone su una pietra del tempio, o su un altare di legna eretto in aperta campagna. Si saliva alla collina con l’agnello sulle spalle e poi lo si sgozzava per ottenere la benevolenza degli dei. Abramo stava per farlo con suo figlio Isacco, perché Jawheh l’aveva ordinato come prova di obbedienza. E prima ancora, o dopo, si donava il cuore di una vergine al capriccio di un dio assetato. “Cosa sei disposto a offrirmi in cambio dei miei doni?” questa è la domanda terribile a cui ogni popolo ha dovuto rispondere fino a che la civiltà non ha creduto di poterlo preservare dalla superstizione.
Linguaggio senz’altro inadatto, altisonante e un po’ tronfio. Scrittore da anni, Mario prima di allora non aveva mai inteso precipitare il peso della sua formazione culturale sui volti arrossati di vino ai quali amava accompagnarsi. Era una vera scortesia, un’ostentazione inutile e oltraggiosa. Si trovava in famiglia. Che bisogno aveva d’infierire dando un’immagine falsa della propria persona?
Il Prosecco parlava attraverso di lui, lo invasava dopo averlo posseduto in punto di morte. Le parole ormai non erano più in suo potere, era lui ad esserne padroneggiato, plasmato. In fondo nei suoi amati ascoltatori trovava molta più tolleranza di quanta avrebbe osato sperare. Non tutti i termini erano chiari, molti dei riferimenti antichi risultavano fumosi, ma il concetto preliminare era trapelato all’uditorio in dose sufficiente a creare curiosità per il seguito del discorso. Il silenzio interrotto solo dal lavorio delle mandibole lo lasciava chiaramente intendere, incoraggiando Mario a proseguire.
- Era forse tutta superstizione, mi domando, o quegli usi da noi considerati barbari nascondevano l’eredità di antiche sapienze? E se noi, società civili sfuggite alla durezza della natura, della fame e della guerra non avessimo operato altro che una colossale rimozione di tutto ciò che era stato vero e vitale?
Stava proprio esagerando. Infatti Gandalf, interpretando il pensiero generale, lo sollecitò ad andare al nocciolo della questione con un semplice richiamo al filo del ragionamento non ancora sviluppato:
- Insomma, il prosecco vuole un sacrificio?
Mario lo fissò un istante con espressione vacua. Era come non capisse a cosa il giovane si stava riferendo. Era stato lui a dire questo? Breve impasse dovuta a uno dei vuoti dell’alcol. Riavvolse rapidamente i pensieri e si ritrovò.
- S… sì. - rispose - Non proprio il prosecco ma la sua terra, i campi che lo generano, i vigneti, gli spiriti delle colline.
- Gli spiriti delle colline! - rise Nadia.
- Lo spirito della grappa. - commentò Giosuè, giocando spontaneamente sul doppio senso.
Stava andando tutto in vacca. Se voleva fermare nella mente la propria teoria, Mario doveva innanzitutto saperla esprimere in modo compiuto e credibile. Ne avvertì l’urgenza. Non era a repentaglio la sua reputazione quanto la sua integrità intellettuale.
- Ma allora! - esclamò - Vi sto parlando seriamente! Tutti qui sappiamo che se qualcuno vuole del buon prosecco deve farselo portare da uno del luogo. Cioè, non lo sappiamo tutti perché quattro di noi sono di qui e in quanto tali non sono soggetti ai disguidi in cui incappa di solito l’importatore forestiero, ma è come se ve ne fosse coscienza senza mai menzionare il problema.
Era tornato a incasinarsi con le parole. Chi se ne frega, pensò, avanti Savoia! Si fa l’Italia o si muore! Riprese con più forza:
- Quante volte ho portato del vino da qui a Genivolta e me lo sono ritrovato impazzito, inacidito, frantumato nelle bottiglie? Molte, ve lo dico io. Ma non tutte. Ciò che mi sfuggiva era la regola che sottostava ad avvenimenti apparentemente casuali e slegati. Non sospettavo ve ne fosse una, finché oggi, ruminandoci sopra nell’aldilà, ne ho afferrato il capo. Ci sono spiriti nella Marca, ve lo dico io. C’è una specie di emisfero invisibile, una cappa che riveste la zona in modo perfettamente circolare, da Vidor a Feltre, da Conegliano a Castelfranco. Una cupola tanto trasparente quanto impenetrabile, attraverso cui passano macchine e persone, camion e moto, viveri d’ogni genere, derrate e medicinali, ma non il vino! Se il prosecco viene condotto al di fuori di quest’area è solo grazie all’intraprendenza degli autoctoni.
- Gli autotreni… - confermò candidamente Giosué.
- No! - disse Mario con più forza - Gli autoctoni! Gli abitanti del luogo, i nativi, quelli che sono venuti al mondo qui e che qui sono cresciuti! Sono loro a commerciare il prosecco, a venderlo nel mondo, loro sono i veicoli a cui il territorio permette l’ingresso e l’uscita senza alcun pedaggio. Se loro… se voi, Giosué, Daniela, Nadia, Michela e Marco, prendete delle casse di prosecco e le portate a Perugia…
- Perché a Perugia? - chiese Marco, spinto dalla deformazione professionale del camionista.
- Lascia stare! È solo per dire una città che non sia nel trevigiano. Se portate una cassa di prosecco a Perugia, dicevo…
- Gli danno in cambio una cassa di Baci. - rise Gandalf.
Mario non volle neanche badare all’ennesima interruzione. Proseguì con piglio sempre più ostinato:
- … il vino rimane valido, non si rovina per niente e la cassa resta intatta. Su questo si basa l’economia della zona. Non sul fatto che venga gente a comprare, ma che voi usciate a vendere! Quella è l’unica condizione che permette lo smercio di questo vino buonissimo.
Giosué colse l’occasione per cercare di riempirgliene un bicchiere, ma l’oratore lo fermò con un gesto risoluto della mano.
- Se invece ci prova qualcuno di noi, qualche veronese, bresciano, milanese o anche uno straniero, un francese, un tedesco…
- Un cretino. - disse Gandalf spiazzando completamente il relatore e costringendolo a chiedere:
- Perché un cretino?
- Un abitante di Creta. - rispose garrulo il giovanotto.
La risata si propagò lungo la tavolata come una ola. Mario si sforzò di aderire al buonumore senza riuscirci. La stizza glielo impediva.
- Dimenticavo che tu sei nato lì. - replicò, portando il gelo nella stanza.
Che caduta di stile, la sua, non quella di Gandalf, abituato a dire battute e a inventarne. Si era in una situazione conviviale e Mario sbagliava a pretendere che tutti si uniformassero alla sua visione della realtà. La cattedra da cui parlava era una panca di taverna e gli alunni stavano ancora buttando giù prosecco dopo che lui aveva dato forfait da quasi quattro ore. Cosa voleva, silenzio assoluto e accademico rispetto per un trombone ancora ubriaco nell’esercizio del suo delirio? Si scusò con il destinatario dell’offesa e con tutti gli altri, poi chiese con sincera umiltà se poteva completare il discorso.
Un coro di esortazioni lo investì.
- Vai Mario! - tifò per primo Gandalf.
- Continua. - disse Giosué versando da bere a chi ne voleva.
Daniela si unì a Michela, a Nadia e Marco nello scandire:
- Ma-rio, Ma-rio, Ma-rio…
Sorrise allora alla bendisposta compagnia e, con l’aria di chi concede un bis, riprese:
- Se un forestiero cerca di portar fuori il prosecco dalla sua terra senza offrire niente in cambio, il vino subirà alterazioni o incidenti che vanificheranno l’impresa. Il punto è questo. Se non hai la fortuna di essere nato in queste zone, il prosecco te lo devi far portare da un trevigiano oppure devi pagare.
- Cosa c’è di strano? - chiese Michela - Tutti quelli che lo vengono a prendere lo pagano, il vino.
- Sì cara, ma se vogliono che si conservi così com’è non basta che sborsino qualche decina di euro. La modalità di pagamento richiesta è d’altro genere e a chiederla non sono i commercianti, i produttori di prosecco o le cantine sociali. Sono gli spiriti, i folletti del prosecco, le ninfe delle viti, l’anima della Terra o come diavolo vogliamo identificare quest’entità arcaica ancora presente, a decidere il prezzo. E il prezzo, come parecchi secoli fa, come è sempre stato, è un prezzo di sangue e d’amore.
Ora sì, era il momento d’interporre una bella pausa. Con quale piacere Mario assaporò l’attenzione che si era venuta a creare. Pendevano dalle sue labbra. Bevve un lungo sorso d’acqua e proseguì con meno enfasi:
- Delle volte mi sono portato a casa del prosecco perfetto, dicevo, altre invece era aceto, sapeva di tappo oppure mi si rompevano in qualche modo le bottiglie. Cosa mi ha permesso di avere del buon vino le poche volte in cui ci sono riuscito? In quale modo ho trafugato il nettare di questa terra col consenso degli dei?
Il silenzio era sfavillante. Un profondo respiro e poi:
- Ho rischiato di morire. In altri pomeriggi, come in questo, ho creduto di rendere l’anima al cielo. Ero io l’agnello sacrificale graziato in extremis dall’Angelo venuto a fermare la mano di Abramo. Io, che stavo lasciando per sempre questa valle di lacrime, sempre facevo ritorno alla terra dei vivi con il lasciapassare degli spiriti della Marca. Il Paese delle Ombre aveva accettato il sacrificio concedendomi ancora una volta di poter bere dal calice dove il veleno si era tramutato in ambrosia.
Stava di nuovo volando alto, ma il momento lo richiedeva. Lo ascoltavano tutti con sguardo rapito. Negli occhi delle ragazze forse si agitava una lacrima reticente.
- Stavo per morire. Franca anche oggi ha detto che ero in coma. Termine quanto mai appropriato. Ogni volta che mi sono ritrovato sul letto di là, incapace di muovermi, stavo compiendo il viaggio rituale attraverso gli inferi. Visitavo i cari estinti, rivedevo i desideri non esauditi, salutavo chi non avevo potuto salutare. Nel ritornare in me, mai espressione fu più giusta, riportavo il permesso di condurre al mio seguito la quantità di prosecco prevista.
Il silenzio nella compagnia continuava anche se il discorso pareva essere giunto al capolinea. Cos’altro c’era da aggiungere? Nemmeno il relatore lo sapeva. Era completa l’esposizione oppure mancava qualcosa? Mario indagava nella mente l’impressione di qualcosa che ancora gli sfuggiva, quando Michela inclinò lievemente il capo e chiese in un mormorio:
- Scusa, avevi detto un prezzo di sangue e d’amore. Se questo era il sangue, l’amore in cosa consiste?
- Brava! - disse Mario - Me ne stavo scordando! Non basta il sacrificio. Come in ogni saga che si rispetti, ci vuole anche il bacio della Bella.
Si rivolse a Daniela:
- Tu lavori sempre fino a tardi. Anche il sabato. Quando vengo, di solito svengo molto prima del tuo arrivo, scusa il bisticcio. - poi, riprendendo a parlare all’intero uditorio - È normale che nel tornare in me mi trovi a salutare Daniela come prima cosa e il saluto avviene con un bacio. Un bacio dato alla regina della casa, un bacio ricevuto dalla principessa della Marca. Questo è il tributo d’amore.
Non poté che seguire un applauso. Che soddisfazione! La teoria era distillata, l’orazione era stata sperimentata su un pubblico difficile, il racconto era pronto e lo spettacolo avrebbe potuto essere messo in scena altre volte. Non un monologo, non una conferenza, piuttosto un’animata conversazione conviviale. La platea aveva interagito contribuendo a stabilire le giuste pause, suggerendo le indispensabili provocazioni. Mario adesso si sentiva finalmente uscito dalla sbornia, anche se non era vero.
Non sarebbe stato vero fino al mattino seguente, pur continuando a pasteggiare ad acqua. Nella notte si sarebbe svegliato come di consueto intorno alle tre o alle quattro, avrebbe sfiorato Franca che dormiva, l’avrebbe svegliata per chiacchierare. Le avrebbe detto stupidaggini travestite da grandi verità. Avrebbe forse riprovato con lei la parte dello scopritore, dell’antropologo spicciolo che rivela il mistero del prosecco. Franca lo avrebbe baciato dolcemente e gli avrebbe tenuto la testa sul petto, poiché per questo è fatta una donna, per perdonare all’uomo la sua debolezza.
Mentre l’indomani guidava fiaccamente sulla via del ritorno, Mario avvertiva dietro di sé le Alpi, tranquille come il prosecco fermo. Gli stavano augurando buon viaggio. Il Piave aveva smesso di mormorare da tanto tempo e i fantasmi delle colline dai bassi vigneti dormivano come erano soliti fare la domenica. Il ponte di Vidor era ormai fuori vista, così come il Paese delle Ombre.

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