LA PICCOLA GRANDE DONNA DI PAVIA PDF Stampa E-mail
venerdì 29 settembre 2006

Oggi è stata giornata di chemioterapia. Più lunga e snervante del solito ma stasera sono tranquillo anche perché il dr.Colosini mi ha alleggerito la terapia. Ma non è di questo che voglio scrivere. Ogni tanto è giusto dimenticarsi, dimenticare la malattia, i pensieri e le preoccupazioni che accompagnano le nostre giornate.

Allora ci si può mettere alla finestra, magari in giornate come questa, piena di sole e di vento leggero che le montagne del lago di Iseo sembrano caderti addosso.
E alla finestra puoi ascoltare il dolore del mondo.
Puoi vedere persone sorde sfrecciare su macchine potenti, chiuse ai lamenti. E oggi dalla finestra, al quarto piano, dell’ospedale di Manerbio, davanti ad una pianura così verde da sembrare d’altri tempi, ho avvertito il dolore del mondo.

Ho visto una ragazza che quasi poteva essere mia figlia, abbattuta, schiacciata dal male, persa nel suo drammatico cammino.

E io, con il mio cancro allo stomaco, guardandola mi son sentito fortunato.
Per un attimo ho chiuso gli occhi fino a sentirlo tutto il dolore che nel mondo attraversa la vita delle persone. Poi mi sono spostato sull’altro lato dell’ospedale, alle finestre che danno verso sud-ovest, dove la pianura appare ancora più verde e selvaggia. Là in fondo, dopo Crema, dopo Lodi, c’è Pavia..

Da qualche giorno, in una sala di rianimazione del San Matteo, una piccola grande donna si è addormentata e non è dato di sapere se ce la farà a svegliarsi ancora.
E’ la mamma della Betti Verri, una donna alla quale ero molto attaccato anche se erano state rare le volte che mi ero fermato nella sua casa, sul viale che passa davanti al cimitero di Pavia. Anche lei era bresciana.
Era venuta con la sua famiglia da Ospitaletto, paese a pochi chilometri da Brescia, emigrata come migliaia di disperati che nella prima età del Novecento, erano fuggiti dalle campagne in cerca di una vita più decente.
E erano approdati a spaccarsi la schiena, tra le risaie del pavese. Com’era esile la piccola grande donna di Pavia, con lo sguardo profondo che esprimeva una grande energia. I suoi modi erano teneri e dolci.
Una volta ho avuto la fortuna di ascoltarla raccontare di quegli anni difficili, della fatica e del dolore, delle miserie della guerra. Mentre parlava la sentivo vicina, mi ricordava mio zio Andrea che nei primi anni cinquanta, aveva caricato la numerosa famiglia su un camion con qualche sedia e un materasso, per andare cercare lavoro e pane nel varesotto.
Oggi, dalla finestra dell’ospedale, ho sentito il dolore arrivare da Pavia, la paura che la piccola grande donna non ce la faccia a svegliarsi. Ho avvertito l’eco del dolore antico arrivare dagli anni del Novecento.

Nulla s’era perso, è bastato fermarsi e dimenticarsi, è bastato guardare con attenzione tra i salici e i pioppi che accompagnano i nostri fiumi per trovarvi impigliati le voci e i volti che pensavamo di avere scordato.
Ecco come oggi mi sono dimenticato di me e della mia malattia. In quanto a te, piccola grande donna di Pavia, fai il possibile per svegliarti che hai altre storie da raccontarci.

Commenti (4)Add Comment
la lotta finita
scritto da Visitatore, dicembre 17, 2006
la piccola grande donna di Pavia si è stancata di lottare e se n\'è andata in silenzio, l\'8 dicembre, poco prima di mezzanotte.
Il viaggio è durato breve, direbbe Totò. Vi state bevendo un bianchino alla mia salute?
Betti
maria teresa
scritto da Visitatore, ottobre 08, 2006
Gentile Signore, ho letto d’un fiato il tuo blog, immagini e commenti inclusi. Mi sono commossa, come dicono i fratelli Severini nella loro canzone sui fratelli Cervi (La pianura dei sette fratelli), di quella commozione che prende senza bisogno di aver vissuto proprio quella storia, ma che quella storia ritrova come propria, anche solo passando in una pianura, anche solo cogliendo un filo d’erba o masticando una manciata di neve. Scusa, ho detto tre volte “fratelli” in un rigo, forse non per caso.
Perché tutte le storie sono la propria storia se il comune denominatore è quello straordinario groviglio di carne, cuore e intelligente coscienza chiamato uomo, perché tutte le storie diventano presente se il passato è un tappeto intrecciato con amore, intessuto col filo lungo della memoria (mia, nostra, collettiva).
Gentile fratello, posso dire così?, tu racconti – non so dire se mi prenda più la trama del racconto o la musica delle parole, poiché amo entrambi di un amore così profondo da trovarci la mia migliore identità – ed io ricordo, vedo, riconosco i miei luoghi, la mia infanzia, i miei amori, i miei dolori, gli amici, la mia storia. Posso raccontartene un pezzo?

“Il fattaccio era successo tanti anni prima, agli inizi del novecento, eppure noi ancora avvertivamo la paura, la drammaticità di quella presenza…”
Alla fine dell’ottocento al fratellino di mia nonna materna, bambino di quattro anni, successe un fattaccio. Suo zio cercò di ucciderlo, in modo orribile e feroce, in una deserta assolata campagna intorno a Ruvo di Puglia. Ormai all’estremo, quasi morto, fu tratto in salvo dal miracoloso illogico intervento di un ragazzo spinto sin lì da un’ansia senza nome. La storia è rimasta viva nella nostra famiglia, è stata nel tempo raccontata più e più volte. Noi ancora avvertivamo la paura, la drammaticità di quella presenza, tanto che a distanza di centoventi anni, nel 2003, l’anno prima della morte di mia mamma, ho sentito la necessità di tradurne in scritto il racconto, forse perché la storia non si perdesse con lei, o con me, perché restasse ai miei figli. (Se vuoi te lo mando)

“Con la bella stagione, bande di ragazzini, sin dalle prime ore del mattino si scatenavano per le vie del paese… Davanti ai giardini pubblici, dove iniziava il viale degli ippocastani, c’era un enorme cippo di pietra bianca. Aveva una strana ma suggestiva forma di parallelepipedo a forma triangolare e riportava numerose scritte e indicazioni. Era un segno importante nelle nostre giornate di ragazzi e capitava di litigare per conquistare il diritto di sedercisi sopra. Sparì inspiegabilmente… In alternativa costruirono una asettica sala per incontri e conferenze, 400 posti, che solo ad entrarci mette i brividi alla schiena…”
Trascorrevo le mie estati di bambina nella casa dei nonni paterni, in un piccolo paese dell’entroterra salentino, Carmiano, e questo già mi rallegrava immensamente, poiché a Bitonto, dove viveva a quel tempo la mia famiglia, mi sentivo sola e rinchiusa per tutto l’anno. Ma a Carmiano la felicità vera e propria arrivava ai primi d’agosto, quando dal Nord scendevano la zia Tilde e lo zio Tonino e le loro tre figlie, le favolose e favoleggiate ‘cugine di Genova’. Alloggiavano allo “Stampatore”, la tenuta di campagna dei bisnonni toccata in eredità allo zio Tonino. Lo Stampatore era l’isola incantata subito dietro l’angolo del paese, la terra di mezzo dove per noi bambini vigeva una libertà quasi assoluta. Arrivarci era facilissimo, tanto che avevo il permesso di andarci da sola. Uscendo dalla casa dei nonni, largo San Francesco numero 2, bisognava svoltare a sinistra, lasciandosi dietro, sulla destra, la chiesa della Santissima Vergine, triste e incombente sulla via con i suoi venti metri di altezza, dopo pochi metri girare a destra, non c’era da sbagliarsi, perché qui sulla sinistra principiava l’asfalto nero della provinciale per Lecce, proseguire dritto per un poco - già l’aria cambiava - e quando pareva che la strada si arrestasse contro il muro di cinta di un misterioso palazzo, il palazzo Sellani, svoltare bruscamente a destra. Lo Stampatore era lì, immediatamente dietro la svolta. Le case del paese repentinamente alle spalle, il lungo viale diritto in mezzo a campi sterminati (così almeno parevano a me), fiancheggiato da tutti e due i lati da enormi piante di cappero, il mio agognato cammino verso la felicità. La felicità di quando si hanno otto anni, ovviamente: noi ragazzini in libertà, cugini e procugini, amichetti di giochi senza fine, da mattina a sera inoltrata, mezzanotte e più, e alberi su cui arrampicarsi, erba su cui rotolarsi, le lazzarole rosso-gialle da rubare con audaci scalate sul muro di confine, racconti e sospiri di avventure, di persone, di strade dei nostri paesi, lontanissimi ed irreali sotto il sole accecante e la luna struggente.
Con gli anni, l’incombere delle età, le vicende più o meno tristi o allegre di noi tutti, non tornai per lungo tempo a Carmiano. Così anche le cugine di Genova. Mi sposai, ebbi dei figli, un lavoro. Seppi che lo Stampatore era stato venduto. Molto tempo dopo, un giorno ebbi all’improvviso il desiderio irresistibile di rivederlo. Il percorso era lo stesso: la Chiesa della Madonna, il palazzo Sellani, la svolta brusca a destra. Ma dietro l’angolo tutto era perduto: lo Stampatore era stato divelto, smembrato, lottizzato e davanti a me si stendeva una piatta distesa di strade, di incroci, di edifici tutti uguali, due o tre piani al massimo, e nemmeno un alberello, un fiore, un cappero. Ci girai per ore, cercando almeno di ritrovare il posto del noce, dell’albero di lazzarole, della casina in fondo al lungo viale smarrito, del boschetto di aranci. Impossibile. Mi parve che il mondo intero fosse scomparso. Mi sedetti per terra, su uno dei cento marciapiedi sconosciuti, e piansi a lungo. Non ci sono tornata mai più.

“Spade scintillanti si levano e pianti e lamenti, un poco come quando a scuola, un bravo insegnante di lettere, riusciva a farti immaginare con le sue spiegazioni di un capitolo dell’Iliade…”
Mio babbo, un bravo insegnante di lettere (era laureato in lettere), quando io ero ancora molto piccola, faceva il maestro elementare. Era uno straordinario affabulatore, lui sapeva far racconto di ogni fatto, riuscendo persino a rendere magici alle mie orecchie i sette interminabili anni trascorsi in India come prigioniero degli inglesi. Non gli sarò mai abbastanza grata per avermi insegnato ad amare i racconti, la lettura, la voce che si fa parola e musica, e per averlo poi insegnato ai miei figli.
Gli piaceva molto il suo lavoro ed i bambini lo adoravano. Riusciva a farti immaginare con le sue spiegazioni di un capitolo dell’Iliade… Rammento come insegnava la storia, le storie epiche, le guerre dei romani, dei greci. Raccontava, spiegava, illustrava. Poi, quando dava le lezioni per casa, divideva la classe in gruppi e ad ognuno di questi assegnava una parte da interpretare: chi doveva impersonare i romani, chi i galli, chi Cesare, chi i legionari, e così via. Le interrogazioni così diventavano rappresentazioni. I bambini imparavano a meraviglia e si divertivano come pazzi, tanto che ogni tanto arrivava spaventato il Direttore a vedere cosa cavolo fosse il clamore proveniente dall’aula dove si metteva in scena “la storia”. Quando diventò lui stesso direttore, fu il meno autoritario, il più democratico, il più amato. La porta del suo ufficio, che stava tra la segreteria e la biblioteca, era sempre spalancata. Me lo ricordo bene, perché io, quasi ogni pomeriggio, facevo di furia i miei compiti in segreteria, poi, attraversando di corsa la sua stanza, mi piazzavo in biblioteca e leggevo fino a sera. Unico privilegio del mio essere figlia del direttore.

“Alla finestra puoi ascoltare il dolore del mondo…. Ho visto una ragazza che quasi poteva essere mia figlia, abbattuta, schiacciata dal male, persa nel suo drammatico cammino….”
L’altro giorno, tornando dall’ufficio che quasi imbruniva, ferma al semaforo rosso, ho riconosciuto sul marciapiedi una coppia di vecchi amici - di spalle - che non vedevo da un paio d’anni. Ho suonato il clacson, si è voltato per primo lui, ed aveva il volto stanco, triste. “Ciao! Come va? Quanto tempo..” “Non bene, non è stato un bell’anno.” Ho alzato sconcertata lo sguardo su di lei e m’è venuto da piangere. Ho visto una donna che poteva essere mia sorella, abbattuta, schiacciata dal male, persa nel suo drammatico cammino. È scattato il verde, i clacson dietro hanno preso a schiamazzare. A casa son rimasta a lungo seduta al tavolo di cucina, prima di riuscire a chiamarli al telefono. Pensavo al fatto che ci conosciamo da più di trent’anni, che abbiamo vissuto gli stessi luoghi, le stesse strade, la stessa storia collettiva, e pezzi della nostra privata (il Cineforum organizzato nel 1975 al cinema Antoniano, quel lungo giorno al mare con Padre Agostino che, come noi, detestava Zeffirelli ed amava Dreyer ed Elio Petri, la decisione di votare ancora Rifondazione quando causò la caduta di Prodi, le confidenze sui nostri sentimenti, sulle nostre vicende coniugali, sui nostri figli un po’ matti e un po’ geniali…). Ho pensato che lei poteva essere me ed io lei. Mi son sentita impotente e colpevole, come sempre mi accade quando mi scontro col dolore dell’uomo ed è ancor peggio quando lei la ricordi bruna, aggraziata, dagli occhi ridenti, innamorati della vita e del suo fidanzato.

Caro Mario, ci siamo conosciuti, sono stata ospite tua e della tua compagna una sera, nel tuo bel casello ferroviario, mi spiace per il tuo dolore, ammiro la tua forza e mi piace tanto quello che scrivi. Scusami per il lungo post, spero ti sia gradito come mio piccolo dono, qualche ora trascorsa con te, grazie a te, ricordando storie che tu m’hai ricordate. Non mollare, tu sai donare.
Un abbraccio fraterno.
Mariateresa
storie da raccontare
scritto da Visitatore, ottobre 01, 2006
da quando si trova in rianimazione, nei momenti da sola con lei, le parlo, le canto, le chiedo anche questo, altre storie da raccontare, ne ho bisogno.
Di quando tornava da scuola e aiutava mia nonna a risciacquare le lenzuola nelle rogge, e a stenderle, profumate e bianche, sull'erba nuova di primavera. Di quando seguiva suo padre nei campi, per acchiappare le rane che saltavano impazzite dai solchi che tracciava l'aratro - la cena era assicurata. Di quando, a 6 anni, con la febbre a 39, si e' mangiata un paiolo intero di polenta. Le mie parole non valgono i suoi ricordi, e i gesti che li accompagnavano, e gli sguardi. Fatica, miseria, ma anche una certa strana serenita' incosciente.
Grazie per il tuo pensiero, Mario - La piccola grande donna sta lottando di nuovo. Una verso della tua canzone 'Novecento' mi ha sempre fatto pensare a lei: Noi, aggrappati al buio / sotto i rumori della guerra / noi piegati sotto il sole / a raccogliere i frutti della terra / e a cantare lalala....
storie da raccontare
scritto da Visitatore, ottobre 01, 2006
E' proprio questo che chiedo a mia mamma - le parlo sempre quando vado a trovarla in rianimazione - ho bisogno di sentire ancora le sue storie. Di quando tornava da scuola e aiutava mia nonna a risciacquare le lenzuola nelle rogge, poi le distendeva ad asciugare al sole, sui prati con l'erba nuova di primavera... Di quando seguiva suo padre nei campi e dai solchi tracciati dall'aratro acchiappava al volo le rane che schizzavano fuori impaurite, cosi' la cena era assicurata. Volevo registrare questi racconti, le mie parole non valgono i suoi ricordi, e i gesti che li accompagnavano... Grazie Mario per i tuoi pensieri, la piccola grande donna sta lottando. Una frase di Novecento, la tua canzone, mi ha sempre fatto pensare a lei: Noi, abbracciati al buio, sotto i rumori della guerra / Noi chinati sotto il sole a raccogliere i frutti della terra / e a cantare lalalala.... Ciao Betti

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