Cara Maria Teresa PDF Stampa E-mail
giovedì 12 ottobre 2006

“ perché tutte le storie sono la propria storia se il comun denominatore è quello straordinario groviglio di carne, cuore e intelligente coscienza chiamato uomo, perché tutte le storie diventano presente se il passato è un tappeto intrecciato con amore e col filo lungo della memoria”

Cara Maria Teresa, ho voluto iniziare queste mie note mettendo davanti la frase, tra le tante belle che mi hai scritto, perché mi ha colpito ma soprattutto perché voglio che tutti quelli che entrano nel sito vengano a leggere la tua lunga lettera.

Del resto, come potevo non rimanere impressionato dalle tue parole che mi riconducono a tutto il mio lavoro di scrittura (Non solo la scrittura dei libri ma anche quella delle canzoni) che si è svolto attorno al tema della memoria e del disagio generato da un mondo che è sempre più privo di memoria e di identità. In tutti questi anno ho incontrato molte persone che hanno apprezzato la mia scrittura ma spesso ho colto attorno a me atteggiamenti di sufficienza per questa mia testardaggine a voler scrivere e ragionare sul tema della memoria. Argomenti, tra l’altro, assai fuori moda e poco appetiti dal mercato letterario.

Scrive Antonio Scurati “ …oggi alla narrativa letteraria, molto creativa sul piano linguistico e della produzione immaginifica, manca proprio il contenuto…nei generi alla moda (Il nero, il fantasy, il thriller etc) le trame si infittiscono ma non si sciolgono e le parole proliferano infeconde…”

Scrivendo qualche mio racconto, ho avuto la sensazione di mettermi in contatto con i nostri padri e soprattutto con tutte le cose giuste e belle che loro avevano fatto, cose che non erano state vane proprio perché arrivavano fino a me. Mi sentivo allora pienamente parte della storia che attraverso la mia narrazione era comune alla loro storia. Come può uno scrittore rinunciare a stabilire, con la sua scrittura, una comunità tra i vivi e i morti? E’ evidente che oggi, per coloro che fanno letteratura (Scrittura o lettura) si pone la questione della relazione perduta tra la letteratura e l’esperienza.

In merito a queste questioni voglio segnalare un piccolo saggio di Antonio Scurati “La letteratura dell’inesperienza”edito recentemente nei tascabili Bompiani.

Cara Maria Teresa, ti ringrazio anche perché dalla scorsa settimana non riuscivo più a scrivere e le tue parole mi sono venute in soccorso. In realtà non scrivevo perché avevo avuto delle manifestazioni fastidiose, legate alla chemioterapia, piccole aggressioni che sono sempre in agguato. Allora ti capitano quei giorni che non ti metti davanti alla finestra a guardare il mondo, ad ammirare tramonti o a riflettere sulla sofferenza del mondo. Ti capita invece di metterti davanti allo specchio ad osservare la tua condizione fisica in tutta la sua pesantezza, oppure di startene qualche minuto in più a letto ad ascoltare il mondo che riparte. Vedi i ragazzi che entrano, ancora assonnati, nelle aule scolastiche, le segretarie che guadagnano le loro scrivanie, le macchine che riprendono, impazzite, a trasportare rappresentanti e impiegati in ogni angolo della pianura, le riunioni per discutere di un progetto. Tu sei nel letto e ti viene di ribellarti, di rinnegare quello che magari stai perseguendo faticosamente da mesi e cioè:

-  che devi accettare la malattia per ricavarne la consapevolezza che puoi vincerla

 che la malattia può diventare un percorso di miglioramento della tua  condizione esistenziale e una opportunità per conoscerti meglio

-  che lo scoraggiamento e il cinismo sono i pericoli reali nella vita, più di una malattia improvvisa, e che combattere adesso la malattia ti ricollega alla lotta di tanti anni contro il cinismo e lo scoramento.

Insomma in pochi secondi rinneghi tutto. Come Giuda.

I muscoli delle braccia, i capelli, la faccia scavata, una tua fotografia di un anno fa, un amico ritrovato per strada e che non ti riconosce più, una telefonata mattutina di una tua giovane amica che ti riversa addosso tutta la sua prorompente vitalità. Come si fa ad avere voglia di scrivere?

Cara Maria Teresa, sai cosa ho fatto allora la scorsa settimana? Importanti lavori al casello e cioè venti metri di marciapiede con mattonelle rosa che corrono tutto intorno alla casa. Abbiamo finito venerdì, anche se io ho fatto ben poco. Me ne stavo seduto al sole a guardare il Fiore, muratore in pensione e mio grande amico, mentre si piegava faticosamente sulle mattonelle 50x50, con la sua enorme pancia. Per la verità dovevamo iniziare il lunedì della settimana precedente ma quella mattina pioveva senza speranza. Il Fiore si presentò ugualmente all’ora concordata ma con un pacchetto nella mano: pane caldo e due etti di mortadella, e con un sorriso che faceva dimenticare la giornata grigia. Stappai una bottiglia di Prosecco e ci abbandonammo alle parole dolci e  lente. Io di questi tempi bevo acqua e limone, ma al casello la cantina è sempre molto rifornita. Nel frattempo la pioggia faceva sul serio e noi l’ascoltavamo, i lavori avrebbero aspettato una settimana.

Ora il marciapiede fa bella mostra di se e io sto pensando di ornarlo con una siepe di lavanda. Soprattutto sono ritornato alla finestra a godere dei primi veli di nebbia autunnale che si sdraiano sui campi.

Cara Maria Teresa, io non mi ricordo di te, come del resto non riesco ad individuare molte persone che mi scrivono, ma mandami il tuo racconto.
Puoi mandarlo per posta a
M.M. casello ferroviario Genivolta (cr)
Oppure direttamente sul sito o sulla mia posta elettronica
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ciao

Commenti (2)Add Comment
Miri
scritto da Visitatore, novembre 22, 2006
Leggere piume d’oca

Leggere piume d’oca
invadono il solaio,
creano minuscoli disegni
nelle crepe delle credenze,
depositano le sottigliezze
nei fili del tempo.
Leggere piume d’oca
riempiono le sedie rotte,
formano soffici schienali,
inebriano i mattoni rossi
di essenze di lupe.

Leggere piume d’oca
insegnano nuovi giorni
aprono nuove porte,
dissetano gli smeraldi
ascoltano la stella dell’Orsa Minore. (miri)
Caro Mario forse è nella costellazione che si apre il nostro destino....... un bacio grande miri





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Importanti lavori al casello, ovvero la
scritto da Visitatore, ottobre 14, 2006
Ma questa è una provocazione!
La mortadella, la bella mortadella fresca tagliata un pò grossa, la mortadella del signor Fiore, è il solo insaccato che in tutta l’infanzia m’abbia imbottito il pane, solo questa conoscevo, ed il suo gusto nessun prosciutto ha potuto mai sfidare. La mortadella è la mia madeleine.
Spesso mia madre mi spediva a comprarla per cena, a poca distanza da casa.
“Vai da Cascarano a comprare cento grammi di mortadella!” era uno dei pochi comandi che eseguissi a tamburo battente. Filavo di corsa lungo via Alberto Mario (noi si abitava in periferia, praticamente campagna, ma il paese era a due passi) ed entravo nella piccola bottega del signor Cascarano, un omone con una grossa pancia ed i capelli neri untuosi – questo mi ricordo di lui –, scostando una tenda che proteggeva dalle mosche l’ingresso sempre spalancato. Dentro non vedevo mai nessun altro cliente, il locale del resto era assai modesto, c’era solo un bancone di legno ed un’affettatrice di lato, forse i prodotti li teneva nel retro.
Lo osservavo di soppiatto e sospettosa, il signor Cascarano, poiché mamma, invero un tantino paranoica, sosteneva che lui, come i negozianti di alimentari in genere, era uno sporcaccione e sicuramente non si lavava le mani dopo aver fatto la piscia – chiedo scusa, ma proprio così la chiamava lei, “la piscia” – oppure, orrore! la cacca, e che si metteva le dita nel naso e poi ci tagliava la mortadella.
A me comunque stava molto simpatico, anche perché ogni volta mi porgeva la prima fetta ammiccando: “mangia, mangia, senti com’è profumata!”. Ecco, quando uscivo con l’involto di carta spessa marroncina, masticando ancora accuratamente, lentamente, la mia fetta-omaggio, mi sentivo veramente in pace con il creato.

Dunque, comprenderai quanto m’abbia rallegrata l’immagine del signor Fiore che arriva da te con due etti di mortadella, il sorriso e il pane caldo. La mortadella nel pane appena sfornato è un mangiare che sfiora il sublime! Se permetti, aggiungo che la morte della mortadella è nella rosetta o nel filone tipo baguette.
(A proposito, anche se non c’entra niente, lo conosci tu il telegramma-filastrocca scemo in uso all’epoca tra i bambini? “Cara-Mella, morta-Della, manda-Rino, baci-Nella”. Cavolo, me lo ricordo ancora!)

Riguardo al prosecco che hai squisitamente stappato per il bravo signor Fiore, ti confesso che l’ho conosciuto e massimamente apprezzato, io, praticamente astemia da sempre, solo pochi anni fa, grazie alla meritoria opera di proselitismo di un veneto doc, il quale me ne fece bere tanto durante un memorabile tour per le cantine di Valdobbiadene, da ridurmi ubriaca fradicia. Una madeleine tardiva per il mio nostalgico cuoricino.

Già, la memoria.
Tu scrivi: “Scrivendo qualche mio racconto, ho avuto la sensazione di mettermi in contatto con i nostri padri e soprattutto con tutte le cose giuste e belle che loro avevano fatto, cose che non erano state vane proprio perché arrivavano fino a me…Come può uno scrittore rinunciare a stabilire, con la sua scrittura, una comunità tra i vivi e i morti? E’ evidente che oggi, per coloro che fanno letteratura (Scrittura o lettura) si pone la questione della relazione perduta tra la letteratura e l’esperienza”.

E a me viene in mente Henry James ed il suo “Altare dei morti”, e Truffaut, che a lui si ispirò per la sua “Camera verde”, un film tristissimo, lento, tenero, che ho visto molti anni prima di leggere il racconto di James e che mi lasciò a bocca aperta ed occhi bagnati per la struggente bellezza che ne emanava.
E mi viene in mente anche un libriccino che ho scoperto un mese fa, di Ray Bradbury, il maestro della fantascienza che venero per le sue “Cronache marziane”, dal curioso titolo “Lo zen nell’arte della scrittura”. È un libriccino che lui si è covato per 40 anni ed in cui racconta la ragione per cui sta al mondo: scrivere.
Senti cosa dice. “Cosa ci insegna, mi chiederete voi, il fatto di scrivere? Prima di tutto ci ricorda che siamo vivi, e che questo è un dono e un privilegio, e non un diritto. Dobbiamo guadagnarci la vita, una volta che ci è stata concessa. La vita chiede in cambio delle ricompense per averci concesso l’animazione… Quindi mentre la nostra arte non può liberarci dalle guerre, dalle privazioni, dall’invidia, dall’avidità, dalla vecchiaia o dalla morte, ci può rivitalizzare in tutto questo… Se voi non scriveste, i veleni si accumulerebbero, e voi comincereste a morire, o a far pazzie, o entrambe le cose. Dovete essere ubriachi di scrittura, in modo che la realtà non possa distruggervi. Perché la scrittura ammette esattamente la verità, la vita, la realtà che voi siete capaci di mangiare, bere, digerire senza iperventilare e cadere come un pesce morto nel vostro letto…ci sono mille ragioni per le quali scrivo, e la maggior parte data nella mia infanzia, ma soprattutto scrivo perché sono innamorato della vita, le sono riconoscente…devo pur ripagarla, no?”

Caro scrittore, senza questo bellissimo puzzle di memoria sentimento e parole, nessuno saprebbe niente del signor Fiore muratore e del signor Cascarano salumaio, e soprattutto noi non ce ne rammenteremmo più.
Sii dunque il Giuda del tuo male ed il salvatore del tuo bene.
Spero di vedere un giorno le tue mattonelle rosa, ma in ogni caso io le ho già viste poiché tu le hai narrate.
Con affetto,
mariateresa
p.s. non ho il cuore di mandare il mio racconto sul blog. E’ un racconto che narra cose terribili e non sono ancora pronta a renderlo pubblico. Lo invio al tuo indirizzo di posta elettronica.


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