| DOMENICA E IL TEMPORALE |
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| luned́ 23 ottobre 2006 | |
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Avevo appena preso la pastiglia. L’ultima prima di andare a dormire. Ricordo bene l’ora perché mentre la inghiottivo ho sentito un rumore strano, un brontolio che non riuscivo ad interpretare. Ho dato un’occhiata alla sveglia che sta sulla cappa del camino. Dieci e quattro minuti. Era dalla strada che arrivava il rumore, debole ma continuo. Guardo il calendario: domenica 27 luglio. Cosa vuoi che succeda a Piazze di Artogne, trecento anime a settecento metri di altezza, con un campanile che veglia sui movimenti della Valcamonica. Appoggiandomi al bastone mi trascino fino alla finestra. La mia gamba sinistra non è più una gamba, ma una lancia di ferro piantata nel mio corpo. Il dolore è lancinante e continuo. Sposto la tendina bianca. In fondo alla strada c’è una ragazza che si tiene i capelli con una mano mentre la sua gonna lunga le fa vela segnandole le gambe. I gerani del mio balcone sembrano serpenti impazziti. E’ il vento. Ci voleva un bel temporale visto che i nostri paesi stanno soffrendo per una siccità eccezionale. Il rumore aumenta, diventa un sibilo. Il campanile di Piazze, ben illuminato, vigila sul paese e sembra voler rassicurare tutti gli abitanti. Ritorno verso il divano con sempre più fatica. Non avrei mai pensato di diventare così, di ridurmi lentamente all’infermità. Sono una donna di settantasei anni ma non riesco ad accettare la prospettiva di una inesorabile menomazione fisica. Se penso a questo mio corpo, sempre di corsa tra Piazze ed Artogne, tra i prati ed il bosco, tra il fieno, la legna e le castagne…Dio mio, come si diventa. Il sibilo del vento diventa sempre più acuto e la porta sembra scricchiolare. In realtà la mia condizione è peggiorata con la morte di mio fratello, qualche mese fa. E’ stato un brutto colpo vederselo portar via in quel modo, e poi il pensiero dei suoi figli, ormai adulti, in giro per il mondo a lavorare, senza una donna in casa. Decisi allora di aiutarli; partivo la mattina presto sulla mulattiera che porta verso “Le albere” e in un’ora raggiungevo la loro casa per sbrigarvi le solite faccende domestiche. Gli uomini erano nella stalla o nei campi e io, finite le faccende di casa, li aiutavo anche nei lavori. Come si fa a stare fermi? e poi quei lavori li ho fatti per una vita. Dopo alcuni giorni, un maledetto sasso mi è capitato sotto la scarpa e mi ha fatto rotolare per terra. Niente di rotto ma il dolore non mi ha più abbandonato e riesco a muovermi a fatica aiutandomi con il bastone. Dio mio come si diventa. Mi guardo la gamba dolorante e le mani deformate, hanno perso da tempo la bellezza e adesso anche la forza. Come si diventa. E pensare che quando avevo sedici anni portavo un sacco contenente cinquanta chili di castagne, da Piazze ad Artogne e poi giù ancora fino alle cascine di pianura per scambiarle con il mais. Partivamo in gruppo, cinque o sei tra donne e ragazzine, ognuna col suo sacco di cinquanta chili da portare fino alla stazione di Artogne. Una bella faticata. Poi prendevamo il treno fino ad Iseo dove si cambiava e si saltava sulle carrozze che andavano a Cremona. La gioia di quel viaggio, ripagava delle molte fatiche. Il lago d’Iseo, che da Piazze si vede solo nella parte iniziale che sta tra Lovere e Pisogne, ci passava allora davanti agli occhi. I paesi rivieraschi, Monteisola, le barche dei pescatori e le gallerie. Il treno era sempre molto affollato e spesso i ragazzi ci facevano degli scherzi. Aspettavano che il treno entrasse nella galleria e che nelle carrozze diventasse tutto buio, allora ti venivano dietro e ti spettinavano oppure ti facevano spaventare con grida. Rovato, Orzinuovi, Soncino, Soresina. Scendevamo in uno di quei paesi di pianura e, con il nostro sacco di castagne, ci perdevamo sulle sterrate di campagna alla ricerca di contadini interessati allo scambio. Si tornava il giorno dopo con il sacco pieno di granoturco che avremmo lasciato al mulino di Artogne per la macina. A dire il vero, per noi ragazze era più il divertimento della fatica, una bella avventura visto che eravamo nate e cresciute in quel tratto di montagna che sta sopra Artogne. Una lunga lingua di fuoco attraversa il cielo davanti alla finestra, seguita poi da un tuono spaventoso. Trema la casa e la montagna sotto di essa e il sibilo del vento si fa sempre più acuto. Che sia la fine del mondo? O magari la fine di questa mia vita, di questo corpo sempre più inefficiente? Mi trascino a fatica fino alla finestra. La strada è deserta, solo il vento che struscia i muri e lancia gocce impazzite di pioggia in tutte le direzioni. Gocce. Una notte che eravamo rimaste a dormire in una cascina di pianura, ci avevano fatto sistemare nel pagliaio. Ricordo che sopra di noi pendevano dal soffitto una decina di oche sgozzate e lasciate appese a frollare. Durante la notte si sentivano le gocce di sangue battere sulla paglia e una di queste, mentre stavo dormendo, mi colpì proprio in fronte. Improvvisamente tutto diventa buio e il vento sembra voglia sfondare la porta di casa. Ecco la fine del mondo. La corrente elettrica se ne è andata e il buio è totale. Allungo il braccio e con la mano cerco il tavolo per appoggiarmi. In piedi, al buio, rischio di perdere l’equilibrio e di cadere a terra. La mano penzola nel vuoto senza trovare nessun appiglio. Mi prende la paura: se cado adesso come faccio poi a rialzarmi? Dovrei trascorrere la notte sul pavimento in attesa che qualcuno, domattina, passi a trovarmi. Ecco che cosa è la vecchiaia. Sento la paura crescere. La mano vaga nel buio inutilmente. Cerco di trascinare la gamba malata ma faccio molta fatica, sbilanciata come sono in avanti, alla ricerca del tavolo. Sento che sto per perdere l’equilibrio. L’indice sbatte contro il tavolo. Mi aggrappo. Dio mio, ti ringrazio. Cara Menèga, per questa volta ce l’hai fatta ancora. Mia mamma si chiamava Menèga e anche mia zia, naturalmente quando sono nata nessuno pensava di chiamarmi come loro. Però è successa una disgrazia che ancora mi trovavo nella pancia della mia mamma. Una sera d’inverno, mentre le due Menèghe se la contavano davanti al fuoco, venne a trovarle un ragazzino di sedici anni. Si sedette accanto a loro e per un po’ se ne stette ad ascoltare i discorsi delle due donne. Intanto si guardava in giro e, nella penombra della stanza, posò gli occhi sul fucile da caccia che se ne stava appeso ad un chiodo. Era il sogno di ogni ragazzino di Artogne: quando si era diventati veri uomini, allora ci si perdeva per i sentieri con un fucile in mano. Si alzò in piedi e, allungandosi più che poteva, staccò il fucile dal muro. Era molto pesante però riusciva ad imbracciarlo come fanno i cacciatori. Appoggiò il calcio alla spalla e fece un giro completo su se stesso mirando a tutti gli oggetti sparsi per la casa. Si fermò davanti al volto della zia Menèga e lo vide cambiare colore al riflesso della fiamma. Tra qualche anno avrebbe anche lui preso la mira e avrebbe premuto il grilletto. Così. Partì un colpo terribile e mentre il ragazzino rinculava in un angolo buio della stanza, la zia Menèga finiva dentro il camino con il volto sfigurato e ormai senza vita. Fu così che anche a me diedero quel nome.Il buio è sempre totale e non c’è verso che gli occhi si abituino. Sulla cappa del camino ho una candela con la scatola dei fiammiferi. Seguendo il profilo del tavolo, trascino la mia gamba. Inciampo nella sedia. Un lampo improvviso, seguito dal tuono, rischiara la stanza incendiandola di luce. Anche quello ho visto, un grande bagliore consumare la mia casa. Avevo solo cinque anni ma quel bagliore mi è rimasto negli occhi. Noi si abitava al Ciarèt, nel tratto di montagna che da Piazze va verso CO DE CA. Anche quella volta c’era di mezzo una zia che quella sera era andata in camera a mettere lo scaldaletto pieno di brace. Io mi ero persa sulla neve che copriva il sentiero davanti alla casa. Guardavo le ombre della sera uscire dal bosco e inghiottire lentamente il prato; giocavo a mettere in fila le impronte dei miei zoccoletti di legno. I piedi erano viola ma presto li avrei messi al caldo sotto le lenzuola. Il fumo lo vidi quando mi girai verso la casa. Non so quanto tempo fosse passato, ma lo vidi che usciva con violenza dalle fessure delle finestre creando scuri mulinelli. Rimasi come incantata e forse persi anche del tempo prezioso, poi cominciai a gridare per richiamare l’attenzione dei grandi. Era troppo tardi, le fiamme avevano avvolto il piano superiore della casa. Quando cedettero le ante di legno, lunghe lingue di fuoco se ne uscivano illuminando la sera del Ciarèt. E noi tutti là fuori, grandi e piccoli, disperati ed impotenti, con i bagliori sui visi a guardare la nostra casa consumarsi nella sera invernale. Non dormì nessuno quella notte e molte furono le lacrime. In seguito ci trasferimmo al Còren e vi rimanemmo per un bel po’, intanto che gli uomini non ricostruirono la casa del Ciarèt. Adesso il vento sembra essersi calmato. Lascio con la mano destra il bordo del tavolo e, alzando il braccio sinistro, cerco nel buio la cappa del camino. Quando la trovo mi appoggio con forza e trascino la gamba dolorante. C’è polvere sulla cappa, in queste condizioni mi è difficile tenere la casa pulita. Tocco la sveglia, il quadretto con la fotografia di mio fratello morto da poco. Se ne sono andati quasi tutti, adesso tocca a me. Mio fratello doveva morire nella primavera del 1945 quando, con le sue capre, si trovava ai Campelli il giorno che i fascisti ammazzarono cinque partigiani. Noi lo credevamo morto perché per tre giorni nessuno seppe nulla di lui. In realtà i fascisti l’avevano rinchiuso nel carcere di CantonMombello a Brescia ma lui seppe, fortunosamente fare ritorno a casa. Chi purtroppo non ce la fece fu il mio povero marito. Morì così giovane che fatico a tenermi il ricordo della sua voce e della dolcezza del suo sguardo. Morì d’infarto all’Osteria del Castello di Artogne. Era entrato un attimo prima di iniziare la salita verso Piazze e rimase fulminato tra i tavoli e le sedie dell’osteria. Quando la notizia arrivò a Piazze, io ero andata a prendere la farina. Nessuno ebbe il coraggio di dirmi che era morto: io avevo ventisette anni e lui trenta. Tenevamo due bambini piccoli. Una tragedia. Mi dissero che era stato male. Quello che ricordo bene è il viaggio che feci, da sola, lungo la mulattiera che scende ad Artogne. Un terribile presentimento guidava i miei passi, correvo e certo non vedevo le fronde dei castani e lo spicchio di lago che mi accompagnavano nella mia discesa all’inferno. Non fu necessario arrivare ad Artogne per avere la certezza di quello che era successo. A metà strada, vidi uno di Piazze che saliva a piedi verso di me. Quando fu a qualche centinaio di metri, lo vidi abbandonare la mulattiera e sparire nel folto del bosco. Mi aveva vista e non aveva avuto il coraggio di incontrarmi e di dirmi che mio marito era morto. Mi bloccai e mentre mi asciugavo il sudore dalla fronte con la manica, lo cercavo con lo sguardo tra i tronchi degli alberi. Quando arrivai all’ Osteria del Castello di Artogne, un nugolo di persone sostava sulla strada e subito si fece un gran silenzio. S’interruppero le parole e fu un gran darsi di gomito. Tutti gli occhi erano puntati su di me ed io li sentivo come aghi che entrano nella carne. Alcuni fecero un passo indietro per lasciarmi passare e…
E’ tornata la luce elettrica. Mi guardo in giro per la stanza, tutto a posto. Mi sento ridicola a scoprirmi con la candela in mano, la scatola dei fiammiferi e questa mia gamba dolorante da trascinare. Sembra tutto finito. Dalla strada arrivano delle voci, commenti. E’ tutto finito? Si fa per dire. Quella sera, all’Osteria del Castello di Artogne, mi ritrovai sola, a ventisette anni, con due bambini da crescere. Erano i primi anni cinquanta e sopravvivere su quel pezzo di montagna era veramente impossibile. Non mi rimase che battere strade lontane e sconosciute come tanti altri: la Svizzera, la risaia, il collegio per i figli e tanto altro. Ma questa è un’altra storia lunghissima e poi adesso è, fortunatamente, tornata la luce elettrica. Alzo la gonna sopra il ginocchio e mi guardo la gamba malata. Forse con tutto quello che mi porto sulle spalle, una gamba malata è il minimo che mi poteva capitare. Prendo il bastone e ritorno verso la finestra. Il vento s’è calmato e la strada è appena inumidita dalle poche gocce di pioggia cadute. Alcune persone fanno capannello. La tempesta è passata. Menèga si sofferma alla finestra: i tetti, le case di fronte, il campanile. Una vita con quella scena davanti agli occhi, sempre uguale. Ma questa sera c’è qualcosa di diverso: il campanile. Il vento ha spostato la copertura quadrata del campanile. Menèga ha un sussulto, è proprio spostata e un angolo della copertura s’affaccia pericolosamente nel vuoto. Puntò il bastone al pavimento e lentamente si girò verso il divano. Era molto stanca e vi si lasciò andare. Quella volta si parlò molto di Piazze. TeleBoario, Giornale di Brescia e persino l’edizione regionale del TG3 “Domenica 20 luglio, tromba d’aria rimuove la cupola del campanile di Piazze di Artogne”. In paese ci fu parecchia agitazione, anche perché la domenica dopo era in programma la festa patronale della Madonna della Neve. Solitamente erano balli e cucina all’ombra del campanile ma quest’anno si rischiava di sospendere tutto. Poi ci pensò il Comune di Artogne e arrivarono gli operai a rimuovere la copertura pericolante. La domenica dopo, tutti andarono alla festa e mentre chiacchieravano mandavano occhiate a quel pezzo di campanile |
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