| ...il novecento era finito da tempo ad Azzanello |
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| luned́ 23 ottobre 2006 | |
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La lunga strada attraversava tutto il paese. Via Valcarenghi e poi, dopo la piazza, via Cairoli. Lunga e tortuosa, segnava la linea della costa del fiume Oglio. Iniziava al cimitero e non finiva mai, incredibilmente lunga per un paese di 650 anime. Tra la fila di case che si affacciavano sulla valle dell’Oglio, di tanto in tanto, si dipartivano sterrate che si tuffavano nel verde della costa con ripide discese. Lontano si intravedevano i piccoli borghi della costa bresciana. Villagana, Aqualunga e Villachiara. La prima volta c’ero arrivato che avevo vent’anni, a cavallo di un motorino giallo. Era l’estate del 1968 e la Demoskopea mi aveva assegnato l’incarico di compiere una serie di interviste sulla lettura dei quotidiani. Cosa si leggeva ad Azzanello? Entrai nelle case di braccianti agricoli, incontrai casalinghe e rari studenti. Quasi tutti sfogliavano il solito quotidiano di provincia, qualcuno il Corriere della sera, poi l’impennata della domenica, sessanta copie de L’Unità. Una volta alla settimana, sessanta famiglie di Azzanello leggevano il giornale, distribuito casa per casa dai diffusori del partito comunista. Ci son tornato dopo molti anni, quando ormai mi ero scoperto due rughe agli angoli della bocca. Nessun’altra ruga mi aveva impressionato come quelle due. Le guance s’erano ormai fatte più scavate e non perché fossi dimagrito. Ero ritornato ad Azzanello portandomi ormai il peso degli anni e degli infiniti errori. Erano tutti lì davanti che, in fila ordinata, mi fissavano negli occhi col ghigno che ti colpisce allo stomaco. Impossibile dimenticare. Forse per questo, con il passare del tempo, ci facciamo orsi, e cerchiamo gli anfratti della pianura per nasconderci, per sottrarci alla vergogna. Comunque ad Azzanello sono ritornato lo scorso mese di gennaio per incontrare il sindaco del paese. Volevo chiedere l’uso di un locale per farci la sede di una associazione culturale. Mi affascinava l’idea di ritrovarci a discutere in un luogo sperso nella campagna, passeggiando davanti alle porte chiuse, con le soglie cariche della polvere portata dai rari venti di pianura. Forse si poteva ripartire da questo luogo, dimenticato dai vortici del consumo, carico solo di silenzio e di memoria. Eremo dell’anima tra i salici e le robinie. Franca, la incontrai seduta dietro la scrivania di sindaco. Forse su quella poltrona sedeva con il disagio di chi ha lavorato in fabbrica tutta la vita o ha fatto il sindacalista incazzato negli anni settanta tra i capannoni e i condomini della periferia milanese. Svelava però un sorriso costante e sicuro di una persona che quella poltrona l’aveva conquistata alla causa. Non ebbi molto da discutere con lei, ci intendemmo subito. Niente fronzoli. - Vieni, ho una sala da mostrarti -. Prese un mazzo di chiavi dal cassetto della scrivania e mi fece un breve cenno con la testa per farsi seguire. Attraversammo il cortile. Camminandomi al fianco, parlava come si fa tra vecchi amici, raccontando della biblioteca, in disuso da anni, degli acquisti di libri che non si facevano più. - Guarda che meraviglia -. Accese tutte le luci e allargò le braccia. La sala era bellissima, un armonioso susseguirsi di colonne ed archi con i mattoni a vista. I libri ben ordinati negli scaffali e una quarantina di sedie. Da quel giorno ritornai spesso ad Azzanello, la sera per incontri musicali e di poesia che organizzavo in biblioteca ma spesso al mattino per incontrarmi con Franchina. Orario di ricevimento del sindaco dalle 10,30 alle 12, tutti i giorni. Io ne approfittavo per gustarmi il silenzio della via Valcarenghi. Lasciavo la macchina al cimitero e poi, fumandomi la prima sigaretta della giornata, avanzavo sfiorando i muri. La strada era sempre deserta, rare casalinghe, un pensionato davanti al bar, chiuso, sulla piazza e di tanto in tanto un piccolo furgone che vendeva verdura. Dai portoni aperti spiavo le grandi aie, le stalle vuote, i fienili carichi di desolazione. Non ho mai visto un bambino su quella strada, una coppia di ragazzini. Poi prima delle 10,30 compariva lei dal fondo della strada. Avanzava molto lentamente verso il municipio. Io indugiavo sulle finestre e sulle porte che non si aprivano più, sfioravo con la mano i segni dei muri, mi incantavo sulle maniglie arrugginite. Agonizzava Azzanello, sdraiata sulla costa antica del fiume Oglio, adesso che il Novecento era finito da tempo, adesso che i suoi figli sudavano nelle periferie delle grandi città. - Ciao Franca -. Lei sorrideva e mi faceva segno di seguirla in Municipio.Poi un giorno di settembre la via Valcarenghi si riempì di gente, così tanta che il paese rimase attonito. Alcuni alzavano al cielo delle bandiere rosse, la banda, al gran completo nelle divise blu, soffiava verso il cielo Bella Ciao e L’Internazionale. Le note si alzavano tristi e qualcuno piangeva. Franchina, sindaco di Azzanello, era morta. Portata via da una malattia fulminante. Io, come al solito, avevo parcheggiato la macchina al cimitero e avanzavo lentamente verso la piazza colma di gente. Ancora mi soffermavo su porte e finestre chiuse, ancora sfioravo i segni graffiati sui muri. C’era una eccitazione strana quella mattina. Cosa stava succedendo? I vecchi muri delle stalle fremevano e si interrogavano. Cos’era tutta quella gente che aveva invaso il loro lungo silenzio? Le persone si parlavano a bassa voce, molti tenevano la testa bassa creando una atmosfera irreale. E poi le bandiere rosse e le canzoni ascoltate molti anni fa sulle sterrate che scendono verso il fiume. Forse era il primo maggio 1947. Una lunga fila di braccianti, stretti nei gilè e nei foulard rossi, saliva verso la piazza. Forse era il 1949. Certo, l’occupazione delle cascine. A novembre di quell’anno, dalla bruma che fumava dalla valle dell’Oglio, salivano disperati i muggiti delle vacche. I braccianti in sciopero rifiutavano la mungitura per indurre i padroni a pagare quanto gli era dovuto. Dalle finestre delle case di Azzanello che davano verso il fiume, le donne frugavano la campagna della sponda bresciana con sguardi preoccupati. Mariti e figli, tutti erano impegnati in quella lotta che coinvolgeva i salariati dell’intera pianura padana. Poi il 27 dicembre arrivò la notizia che i braccianti di Villachiara avevano occupato la cascina delle Martinenghe. Era l’azienda più grande. 100 contadini, 150 vacche, macello, mulino, un caseificio e centinaia di maiali. Cacciato il conduttore, si era costituito il Consiglio di Cascina che, composto da nove braccianti, doveva gestire l’azienda. Sulla strada che usciva da Azzanello in direzione di Soresina, all’osteria della Sirena, la sera si facevano grandi discussioni. - Avete visto? Hanno cacciato i conduttori della cascina e adesso fanno come in Russia, sono i lavoratori a mandare avanti l’azienda.-. Era sempre Antonio a tenere banco, lui che la sera, appena uscito dalla stalla, non si dava neppure il tempo di mangiare. Inforcava la bicicletta e giù verso il fiume. La strada finiva a ridosso dell’Oglio, dove fino a qualche anno prima c’era un piccolo porto con la barca per traghettare. Dopo la guerra non era stato riattivato e, dimenticata, era rimasta la vecchia barca che Antonio usava per attraversare il fiume. Quando risaliva la costa bresciana verso Villachiara, avvolto nel mantello, tra i capelli e le sopracciglie gli si facevano fili di brina. Gran festa quando arrivava alle Martinenghe, i compagni lo facevano mangiare con loro e poi se lo portavano in stalla per la riunione. – Le cose stanno andando bene- raccontava il giorno dopo all’osteria di Azzanello – pensate, dopo 25 giorni di occupazione e di gestione da parte dei lavoratori, la produzione del latte è passata da 900 a 1020 chilogrammi al giorno-. Erano increduli gli sguardi tra i tavoli dell’osteria. Davvero avrebbero ottenuto l’assistenza sanitaria come le altre categorie di lavoratori? E la regolamentazione delle disdette per non essere cacciati dalle cascine, senza lavoro e senza casa? E il sussidio di disoccupazione? Antonio vuotava il bicchiere di vino e riprendeva. - I padroni hanno mandato 80 carabinieri per liberare la cascina, ma non ce stato niente da fare. Dal paese di Villachiara sono arrivate anche le famiglie dei braccianti e le donne con in braccio i bambini si sono messe proprio all’entrata della cascina. Adesso, per evitare sorprese, al calare della sera spingono dei carri in mezzo alle strade di accesso alle Martinenghe. Tolgono le ruote così che non possono essere spostati.- Il 29 marzo 1949, nell’ora prima di cena, Antonio spingeva sui pedali lungo la salita verso Azzanello. Da poche ore era cessata l’occupazione, i lavoratori delle Martinenghe avevano ottenuto ciò che volevano. Percorse tutta la via Valcarenghi e entrò nell’osteria della Sirena che era trafelato. Diede la notizia ai suoi compagni ma non disse loro che in fondo al cuore nascondeva una vena di tristezza. Forse avrebbe voluto che quell’occupazione non fosse mai finita, anzi che tutte le cascine da Azzanello fino al mare fossero occupate, e dentro i braccianti con le loro famiglie a gestirle. - Abbiamo vinto - disse alzando il bicchiere.Quando arrivai in fondo alla via Valcarenghi, la banda stava suonando Bella Ciao. La gente era tanta e la piazza traballava. Qualcuno fece un discorso davanti alla bara. Una bella signora, chiusa in un impermeabile beige di pelle, ascoltava con una espressione contratta. Maurizio, il marito di Franchina, con un fazzoletto rosso nel taschino della camicia, fissava la bara. Il presidente della provincia cominciò il suo discorso. Maurizio non staccava gli occhi dalla bara. Caro amore. Due sere prima, nella penombra di una stanza di ospedale, era piegato su di lei. Le teneva la mano e le accarezzava i capelli. Caro amore. A Franchina era rimasto un impercettibile filo di respiro. Tutti erano usciti dalla stanza. Maurizio le sfiorò l’orecchio con le labbra. Caro amore, ti ricordi quando ci siamo conosciuti all’osteria della Sirena nel 1965? Erano i giorni della sagra e tutta la gente era venuta per ballare. Tu te ne stavi seduta con le tue amiche e ci sono bastati pochi sguardi. Ricordi il primo bacio? Poi per un lungo tempo ci scambiavamo una lettera al giorno. Tutte sono custodite, dopo 40 anni, nella nostra casa. Caro amore, mi senti vero? Ti ricordi il 1968 quando sei venuta a Milano ad abitare dove io già lavoravo? Tua madre ti credeva ospite in un pensionato, mentre noi abitavamo assieme la casa di via Rosmini. Quanti sacrifici per arrivare alla fine del mese. Poi sono iniziate le manifestazioni, le assemblee operai-studenti all’Università Statale e la nostra casa diventò un centro sociale. Ricordi Angelo il pittore, quello che militava nell’Unione dei marxisti-leninisti e che stava a dormire a casa nostra? E il 1971 quando ci siamo sposati a Settimo Milanese? Che festa con tutti i compagni. Ti ricordi come era calda la sabbia della spiaggia quando ci sedevamo davanti al mare ad aspettare il tramonto? E i viaggi con la roulotte? Olanda, Danimarca, Scozia e Francia. Caro amore, nel novembre 1982 il nostro ritorno ad Azzanello, i lavori alla casa e una nuova vita. Ti ricordi la battaglia contro l’insediamento delle porcilaie? La raccolta delle firme in piazza, i tuoi interventi in consiglio comunale. Il giorno della tua elezione a sindaco eri bellissima con quel vestito rosso. La mano di Franchina diede un sussulto lieve. Si fermò il flebile respiro. Maurizio alzò la testa e la vide diventare pallida e poi rasserenarsi. Ripiegò la testa sulla sua spalla. Caro amore. La banda, muovendosi, riprese con l’Internazionale. Un lungo corteo accompagnava Franca per le strade del paese a salutare la sua gente. Aspettai che tutti si muovessero per mettermi in coda. Volevo guardarlo dal fondo quel fiume di teste, bandiere e nodi alla gola. Di tanto in tanto s’apriva sulla destra, una stradina che si buttava verso l’Oglio, perdendosi nel folto fogliame di settembre. Forse era lungo una di queste che Antonio scendeva per raggiungere le Martinenghe. Che confusione nella testa. Forse il tempo non era passato, la gente, le bandiere, erano le stesse di un tempo. Quando la banda finì di suonare, sulla strada rimase il rumore dei passi, attutito dallo sgomento che ogni volta si prova di fronte alla morte.Antonio era sceso da una di queste stradine nel giorno di santa Lucia del 1944. Qualcuno gli aveva detto che nei boschi del fiume Oglio, nei pressi di Azzanello, operava una squadra di azione partigiana al comando di Mario Stanga di Soresina. Fu incaricato di incontrarlo per concordare alcune azioni di sabotaggio ai tedeschi. L’appuntamento era fissato presso l’osteria di Villagana, il paesino che guarda Azzanello dalla sponda bresciana. Alcuni grandi cascinali, un elegante castello rinascimentale, l’osteria e un torrione quadrato che si alza nel verde a sfidare il campanile di Azzanello. Ed era all’oste di Villagana, G.Battista Maestroni, che era stato affidata la gestione del porto sull’Oglio che collegava i due paesi. Il comune di Villachiara aveva approvato con atto ufficiale le tariffe per l’attraversamento. £ 0.20 pedone solo £ 0.40 pedone con bicicletta £ 0.60 moto £ 2,50 automobile £ 1.20 carrozza con cavallo £ 1,00 biroccio £ 0,40 cavallo a mano £ 0,30 bovino £ 0,20 maiale Il lunedì mattina, quando ancora la luce dell’alba faticava, erano molti i bresciani che attraversavano l’Oglio per raggiungere il mercato di Soresina e la stessa cosa succedeva il venerdi quando dal cremonese si voleva raggiungere il mercato di Orzinuovi. L’attività fu sospesa con l’arrivo della guerra. Quella mattina del 1944 nevicava fitto. Cominciò a nevicare proprio mentre Antonio percorreva la discesa verso il fiume. Fiocchi grossi come noci s’attaccavano alle ciglia degli occhi e confondevano la sterrata. Arrivato al vecchio porto, trovò la barca legata ad un tronco di salice. Sollevò la bicicletta e ve la posò, poi puntò il remo contro la riva e guadagnò il centro del fiume. Un superbo airone cenerino, con un deciso battito di ali, si levò dalla sponda bresciana per confondersi nel cielo carico di neve. Antonio quasi dimenticò la guerra e l’appuntamento. L’airone, la neve e la meraviglia della natura imbiancata gli rapivano l’anima. Assicurò la barca ad un albero ed iniziò la salita verso Villagana. Riconobbe l’osteria dall’insegna in ferro battuto che sporgeva sopra il portone. L’oste lo accolse con una energica stretta di mano ed un sorriso compiacente. - Vieni di sopra -. In una stanza al piano superiore, attorno ad una tavola imbandita, trovò Mario Stanga di Soresina, un ragazzo russo che si presentò come Yuri e due di Orzinuovi. Gli accordi furono presi lì, tra bicchieri di vino, polenta e fegato di maiale che l’oste aveva preparato per loro. Il ragazzo russo, nel suo italiano stentato, raccontava di essere riuscito a mettere cinque chili di zucchero nei serbatoi dei camion tedeschi parcheggiati lungo il viale Po di Cremona. Avrebbe voluto ripetere l’azione di sabotaggio ma i tedeschi da quella volta riparavano i camion nelle caserme. L’oste saliva di tanto in tanto, s’affacciava alla finestra per assicurarsi che nessuno giungesse dalla strada e, versandosi due dita di vino, si fermava ad ascoltare. Si alzarono da tavola che erano quasi le tre mentre la neve scendeva ancora più fitta. - Come farà stanotte Santa Lucia a lasciare i doni nelle case? Lascerà impronte sulla neve -. Antonio abbracciò l’oste per fargli sentire tutta la riconoscenza. - Spero di tornare a trovarti. Presto, quando la follia del fascismo e della guerra sarà finita -. S’incamminò verso il fiume in compagnia del ragazzo russo che voleva raggiungere Cremona. La pianura s’era fatta una immensa magia bianca. Quando raggiunsero l’Oglio grande fu la sorpresa: la barca non c’era più. Andrini percorse un buon tratto di sponda scrutando gli anfratti del fiume ma della barca non c’era traccia. Se qualcuno l’avesse usata avrebbe dovuto lasciarla sull’altra riva, legata al salice. Stava facendo i suoi ragionamenti quando sentì un gran tonfo. Si girò di scatto, il tempo di vedere Yuri che riemergeva dall’acqua e che cominciava a nuotare verso l’attracco di Azzanello. Ad Andrini non gli riuscì di dire una parola, si limitò a portarsi una mano alla bocca e a seguire le poderose bracciate del ragazzo. Era completamente nudo. Aveva abbandonato i vestiti accanto ad un pioppo che con i suoi rami nudi non li riparava neppure dalla neve. Lo vide levarsi dall’acqua che gli arrivava alle ginocchia e, aggrappandosi ad un ramo, risalire la riva. Sparì nel bosco, tra i fiocchi di neve. Riapparve dopo qualche minuto e allargò le braccia sconsolatamente. Della barca non c’era traccia. - Prova a perlustrare un tratto di riva -. Antonio cominciava a disperare.Un altro tonfo, il ragazzo era nuovamente in acqua e, lasciandosi trasportare dalla corrente, spiava tra le piccole anse del fiume. Scomparve. Antonio rimase immobile con tutta quella neve che gli cadeva attorno. Era il 13 di dicembre, il mondo era in guerra e lui era lì al porto di Azzanello, senza barca. Si ricordò del cestino di castagne e pani dolci e che sua madre gli faceva trovare la mattina di Santa Lucia. Che magia la scoperta di quel cestino sul tavolo della cucina. - L’ho trovata -. Era Yuri, in piedi sulla barca che faticosamente cercava di risalire la corrente. Si piegava sul remo puntato sul fondale e, con grandi boccacce, cercava di spingere la barca verso la sponda bresciana. Antonio non poteva aiutarlo. Vedeva distintamente i grossi fiocchi di neve sciogliersi sul bel corpo giovane. Tribulò parecchio perché la barca sembrava voler andare a tutti i costi verso il mare, poi gli riuscì di buttare la corda sulla riva e Antonio li trascinò energicamente a riva. - Prenditi questo e asciugati prima di metterti i tuoi vestiti -. Si era tolto il giaccone per posarlo sulle spalle del ragazzo. Arrivarono in paese che s’era fatto buio. Percorsero tutta la via Valcarenghi e Antonio sorrise. Alle finestre delle case pendevano tanti mazzetti di fieno. Erano per l’asinello di Santa Lucia. Pensò ai bambini che stavano dietro a quelle finestre. Sarebbero diventati grandi in un mondo senza guerra. Per fortuna sulla strada che usciva dal paese in direzione di Soresina c’era l’ osteria della Sirena. Si scaldarono con un bicchiere di vino.Municipio. Che tristezza trasuda quella scritta sul palazzo del Comune. La porta chiusa, davanti al funerale. Erano forse passati due mesi dalla sua elezione a sindaco, quando Franchina piombò in casa nell’ora del mezzogiorno. Rientrava come al solito dal Comune. Maurizio stava apparecchiando la tavola e fu colpito da tanta agitazione. - Cosa è successo? - - E’ venuta in Comune una coppia a chiedermi se posso sposarli. T’immagini? - Era il mese di maggio e dalla porta aperta entrava l’odore dell’erba tagliata. Maurizio sorrise. L’agitazione durò parecchi giorni, anzi aumentava man mano che s’avvicinava la data del matrimonio. Ne erano coinvolti un po’ tutti. - Invece delle solite parole di rito, mi piacerebbe leggere una poesia d’amore. Cosa ne pensi? - Si guardò in giro, s’informò ma non le riusciva di trovare una poesia che le piacesse. - Telefona a Beppe di Crema, lui ne sa una più del diavolo - Fu prezioso il consiglio di Maurizio. Dopo tre giorni, in Comune arrivò il fax di Beppe con le tre poesie. La prima era di Nazim Hikmet e Franchina ne rimase folgorata.Il più bello dei mari è quello che non navigammo. Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto. I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei dirti di più bello Non te l’ ho ancora detto.A tre giorni dal matrimonio chiamò le impiegate nel suo ufficio di sindaco per fare le prove. Le parole da leggere, la disposizione della sala, la poesia e il mazzo di fiori per la sposa. Tutto era pronto. Arrivò la mattina e Maurizio la seguì in Comune. Tanta era l’agitazione e voleva vedere come se la sarebbe cavata. Tutto filò liscio, almeno fino alla lettura della poesia. Franchina prese il foglio e lo alzò a tal punto sulla faccia che sembrava volesse nascondersi. Deglutì. Si rischiarò la voce e deglutì di nuovo. - Il più bello dei… Le parole soffocavano nella gola e il mento tremava leggermente. Deglutì nuovamente. - Il più bello… Maurizio dal fondo della sala abbassò la testa. Lei si coprì il volto con il foglio e levò l’altra mano a dire che non ce la faceva. Nella sala ci fu un attimo di imbarazzo, poi a qualcuno venne l’idea di far leggere la poesia ad una bambina che stava tra i pochi invitati. Lo fece, con un po’ di cantilena ma nel migliore dei modi. Poi Franchina si rischiarò definitivamente la voce, fece gli auguri agli sposi e si levò la fascia da sindaco. Durante l’inverno del 1949, la pianura padana s’incendiava nonostante il freddo e la nebbia fitta che la copriva. Scioperi, occupazioni di cascine, scontri tra lavoratori e carabinieri. I proprietari terrieri si difendevano pagando crumiri disposti a lavorare al posto degli scioperanti e chiamando le forze dell’ordine. Gli agricoltori cremonesi temendo l’influenza delle occupazioni attuate nelle campagne bresciane, si incontrarono per decidere sulle cose da fare. La notizia arrivò tra i tavoli della Sirena come un fulmine. - Avete sentito? Domani mattina i padroni della terra si trovano tutti ad Azzanello, nel palazzo dei Boldrighi. Arriveranno da tutti i paesi della provincia - Era stato un sindacalista a portare la notizia, era venuto apposta da Cremona in moto. Quando era entrato alla Sirena, tutti si erano girati a guardare quella misteriosa figura, completamente avvolta nel mantello e con una cuffia , bianca di brina, che lo copriva sino agli occhi. Antonio, alle parole del sindacalista, scattò in piedi. - Mi sembra l’occasione buona per farci sentire anche ad Azzanello. Devono sapere che non siamo più disposti a sopportare altre ingiustizie - Il sindacalista si tolse il mantello e si mise davanti al camino girando le spalle al fuoco. - Credo anch’io che sia l’occasione buona - Al calore della fiamma i suoi pantaloni cominciavano a fumare. L’oste della Sirena gli appoggiò un bicchiere di vino sulla cappa del camino. L’uomo tirò un lungo sorso e si passò la mano sulla bocca. - dobbiamo informare tutti i braccianti, anche quelli di Castelvisconti, di Genivolta e di Casalmorano. Domani si abbandona il lavoro e alle otto ci si trova tutti davanti al palazzo dei Boldrighi - Dai tavoli si levarono commenti di approvazione. Antonio già si accordava con i compagni e in pochi minuti l’osteria della Sirena si svuotò. Partirono, alcuni a piedi verso le cascine, altri in bicicletta verso i paesi. La nebbia era così fitta che si faticava a vedere i propri piedi sulla strada. Una nebbia che regalava gocce d’argento sui visi dei braccianti di Azzanello. Alle otto del mattino dopo, un consistente numero di contadini s’era raccolto in fondo al paese in prossimità della dimora dei Baldrighi. Il palazzo era imponente, di un colore rosso scuro che incuteva timore. I braccianti se ne stavano sul lato opposto della strada, alcuni seduti sotto la lunga fila di tigli che accompagnano la strada per Genivolta. Chissà come si vive in una casa di tre piani, con i balconi e il giardino. Poi cominciarono ad arrivare le macchine. Eccoli i padroni. Si infilavano velocemente dentro il grande portone lanciando sguardi impauriti verso gli scioperanti. Alle nove la strada era gremita e alcuni premevano minacciosamente sul cancello del palazzo. Di tanto in tanto qualcuno s’affacciava da dietro le tende bianche delle finestre. Antonio s’arrampicò sulle sbarre del cancello a gridare tutta la sua rabbia. Non aveva mai parlato in pubblico ma lo fece quella mattina, agitando il pugno verso le finestre. Gridò del San Martino dei salariati, cacciati dalle cascine con le loro famiglie, dell’assistenza sanitaria e degli assegni familiari. Gli uscirono naturali dalla bocca. Le aveva sentite tante volte durante le riunioni alla cascina delle Martinenghe. Sulla strada il clamore aumentava e il cancello cominciava a dondolare paurosamente sotto la pressione degli uomini. Improvvisamente dalla curva che portava in paese sbucarono alcune camionette che puntarono dritte sugli scioperanti. - Attenti, la celere! - La gente si riparava con corse disperate sotto i tigli, contro i muri mentre sulla strada svuotata rimanevano solo le accelerate rabbiose. Le camionette si fermarono dopo un centinaio di metri e, dopo aver fatto digrignare le ruote contro la terra, con una manovra repentina, puntarono nuovamente su quel che rimaneva degli scioperanti. La prima delle macchine, s’avvicinò al muro del palazzo, quasi a sfiorarlo, percorrendolo tutto al massimo dell’accelerazione. I braccianti si ritirarono, trattenendo il fiato, contro i portoni, a ridosso del cancello. - Via, via. Qui ci ammazzano - Antonio aveva sentito lo spostamento d’aria, mentre la camionetta passava a pochi centimetri dalla sua faccia. Rimase paralizzato dallo spavento. Presero lui e altri due. Li portarono in caserma a Cremona e li rilasciarono dopo due giorni. Tornarono ad Azzanello e attorno ai tavoli della Sirena, raccontarono tutto. Fuori, il mese di gennaio 1950, era particolarmente crudo.Il funerale è finito e la gente comincia a diradare lungo la via Valcarenghi. Accendo una sigaretta e mi appoggio al muro a soffiare boccate nel cielo di settembre. Dopo ogni funerale si scopre che il vuoto dentro al cuore s’è allargato un altro poco. Riprendo la strada verso il cimitero dove ho lasciato la macchina. Sono incapace di ogni pensiero. Lo sguardo si perde distratto nella valle dell’Oglio, ritorno nei cortili, sui fienili tristi. Adesso anche le voci dei muri antichi si sono acquietate. Non ho voglia di guidare sul lungo rettilineo che esce da Azzanello in direzione di Soresina, preferisco la vecchia sterrata che porta a Genivolta. Franca mi aveva detto che non ci pensava neppure ad asfaltarla, la voleva così, per lasciarla ai passi lenti degli abitanti di Azzanello. Mentre la percorro, abbasso il finestrino e ascolto il digrignare dei sassi sotto le ruote. Sembrano voci, tante voci di pianura che mi accompagnano perdendosi tra le fogli |
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