| CIMITERI |
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| giovedì 02 novembre 2006 | |
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A proposito di cimiteri, nei racconti inediti e scritture frammentarie, ho inserito alcune pagine scritte tempo fa, con il titolo: “Avevo bisogno di pisciare”. L’ho fatto perché mi sono ricordato che vi avevo scritto di una mia visita al cimitero. Impossibile non pensarci in questi giorni! E’ da una settimana che le strade che portano ai cimiteri dei paesi della pianura, si sono animate. Le donne parcheggiano malamente nei piazzali e s’affrettano alle tombe con grandi mazzi di crisantemi.
Sarebbe tropo faticoso. In queste ultime settimane, alcune complicazioni hanno ridimensionato di molto la mia autonomia di vita e di movimento, che invece avevo ben mantenuto in questi otto mesi di chemioterapia. A ottobre c’à stato il crollo. Un herpes mi ha aggredito all’addome, obbligandomi ad una lunga cura debilitante, non ancora terminata. Drastici abbassamenti della pressione arteriosa, perdita di sensibilità nelle mani e nelle gambe, gonfiori. E tutto questo mentre in tutte le mattine di ottobre, il sole mi entrava dalla finestra. Un autunno stupendo che però non mi si concedeva. Niente camminate lungo i canali o nei boschi a raccogliere castagne, e oggi neppure il giro nei cimiteri. Però nonostante il disastroso stato fisico, riesco a mettermi in macchina per raggiungere il casello e a fare qualche piccola spesa la supermercato. Ho continuato a ripetermi che le mie condizioni fisiche non sono dovute al cancro ma alla terapia per combatterlo. Mi dicevo che dovevo amare la chemio, questa invasione di veleni che mi viene propinata ogni mercoledì, le infinite flebo, i diuretici, le paracentesi e gli aghi di tutti i tipi che mi penetrano. E’ questa bella compagnia che può farmi guarire. Questi sono i momenti più brutti che indeboliscono i pensieri mentre nella mente si forma un freddo ed oscuro limbo. Allora non accendi nemmeno il computer e ti dimentichi i progetti ai quali stavi lavorando fino a poche ore prima. Giorni di dura battaglia, per reagire, per mantenere il rapporto con il mondo, quel rapporto che l’infermità fisica tende a distruggere e a farti chiudere sempre più in te stesso. In questa situazione, è stata la lettura a farmi sentire, nonostante tutto, parte attiva del mondo. La lettura appassionata ed intelligente, i ragionamenti che provoca e i dibattiti sulle grandi questioni della vita che da essa scaturiscono. Una lettura esagerata che mi portava a bruciare un libro in una giornata. Questi solo alcuni dei titoli che ricordo di aver letto recentemente: A. Scurati “La letteratura della inesperienza” A. Scurati “Il sopravvissuto” A Scurati “Il rumore sordo della battaglia” P.Ingrao “Volevo la luna” F.Camon “Conversazione con Primo Levi” N.Orengo “Di viole e liquirizia. N.Orengo “L’allodola e il cinghiale” R.Montanari “L’esistenza di Dio” J.Saramago “Il vangelo secondo Gesù” R.Carlotto “Lezioni di anatomia” F.Sessi “Prigionieri della memoria” Veronesi “Caos calmo” E.Baldini “Come il lupo” Tra una lettura e l’altra, pensavo a cosa stavo facendo esattamente un anno fa, quale era la mia vita. A ottobre dello scorso anno, avevo ancora l’abbonamento alla piscina e il sabato mattina riuscivo a fare fino a 80 vasche senza fermarmi. Poi me ne stavo a lungo sotto la doccia calda, compiacendomi del fisico asciutto e muscoloso. Nel corso delle settimane precedenti avevo raggiunto numerosi rifugi alpini ad alta quota, con camminate di sette/otto ore. Poi dibattiti, spettacoli e soprattutto la difficoltà a fare ordine tra i pensieri e le idee che invadevano le mie giornate. Era solo l’ottobre di un anno fa. Ricordo una sera, verso la fine di novembre, che ero finito al Cicero, locale di atmosfera messicana, in compagnia di Mariana. Lei, allora, era presidente della biblioteca di Soresina ed eravamo reduci da una serata di confronto pubblico con giovanissimi scrittori sul tema della scrittura. Il dibattito non era stato granchè, mi era parso che i ragazzi non avessero colto il senso della mia relazione iniziale sul mio personale percorso di scrittore. Tutte le volte che mi incontravo con Mariana, ci perdevamo in intense ma piacevoli discussioni, il confronto era continuo, con lei che poneva in continuazione quesiti sulla letteratura, la politica e le stesse nostre vite quotidiane. Erano molti gli intellettuali, gli scrittori e i giornalisti che aveva portato a Soresina durante la sua presidenza, sollevando un vivace dibattito culturale. Quella sera finimmo al Cicero, davanti ad una bottiglia di vino e ad un piattino di polpette piccanti, a continuare la nostra discussione sulla scrittura dei ragazzi. Non so come, ma finimmo per parlare di noi, della nostra maturità fisica e intellettuale. Sullo sfondo della musica latino-americana, Mariana era bellissima. La sua grande vitalità fisica e intellettuale, l’inquietudine, l’armonia del corpo e l’essenzialità semplice dei suoi ragionamenti mi facevano stare bene. Forse in quel momento ci sentivamo orgogliosi dei nostri pensieri, dell’impegno e della nostra maturità fisica. Nonostante tutto ci sentivamo fortunati. Ricordo bene che ci confrontavamo sulle nostre esistenze, soffermandoci poi su l’unica cosa che avrebbe potuto fermare la nostra prorompente vitalità: una grave malattia. Non ci demmo delle risposte, rimanendo alla fine con un velo di paura negli occhi. Non volevamo neppure prendere in considerazione l’ipotesi del cancro. Come potevo immaginare che quel vulcano di vitalità e bellezza che avevo di fronte, potesse perdersi dietro una malattia? No, non potevamo immaginarlo e le nostre parole rallentarono. Il vino era buono, la musica forse un po’ troppo alta e dopo qualche settimana mi avrebbero diagnosticato proprio quel cancro che la nostra vitalità, quella sera, ci rendeva impensabile. Ed era a quella sera con Mariana che pensavo in questi giorni di grave difficoltà. Voglio ritornare alla vitalità che quella sera, mentre ci si guardava negli occhi, ci faceva sentire fortunati. Ritornarci nonostante i gonfiori, le flebo, le difficoltà di movimento, la sofferenza e l’insicurezza della vita sospesa. Mi spiace non poter andare al cimitero oggi. Ci sono andati i miei figli, che accompagnassero loro la mia anima tra le tombe dei miei cari. Intanto io mi tenevo il pensiero di mia madre, una semplice sarta che però quando doveva andare in chiesa o al cimitero, si faceva elegantissima. Ricordo il suo viso dietro il velo di pizzo nero, i guanti scuri e la corona del rosario. Al cimitero portavamo delle candele lunghissime, più alte di me. -Mi raccomando, non romperle! In quegli anni, erano poche le urne di marmo, quasi tutti i defunti riposavano nelle tombe di terra. Le lunghe candele venivano piantate nell’erba e, quando dopo cena si ritornava al cimitero, la distesa delle fiammelle era impressionante. Nel buio della prima sera di novembre, tutte quelle luci avevano il potere di coniugare la vita con la morte. Il mondo era tutto lì ad ascoltare le voci del passato, a riflettere sui propri giorni. Già nei primi giorni di ottobre, nelle drogherie facevano la loro comparsa i mazzi di quelle lunghe candele e allora si rientrava lentamente nella memoria. Oggi con le drogherie sono scomparse quelle candele e non so se la sera si ritorna al cimitero a vedere la distesa di fiammelle che confondeva il pensiero della vita con quello della morte. E il cancro? Continuiamo a pensare che sia cosa che non ci riguarda, come la malattia e la morte. Commenti (2)
![]() Io ci sono andata al cimitero scritto da Visitatore, novembre 03, 2006
Ci sono andata il giorno di Ognissanti. E' un bel cimitero quello dove dormono i miei nonni e mio padre. Sta in alto sulla collina con davanti il lago. E l'altro giorno il lago era tutto di metallo, argento a sfiorare le coste, piombo che legava le onde al largo, nelle acque ferme, immobili. Come l'aria e i monti che non si facevano scoprire dal sole e restavano nella loro ombra di foschia, quieti, una vecchia fotografia un po' sbiadita.
Ho letto e riletto anche quest'anno le date della loro nascita e della loro morte, che non riesco mai a ricordare. Il nonno e la nonna sono nati nel 1895. Milleottocento, ogni anno che passo a scrivere duemila e rotti nelle date e a viverci nel duemila e rotti, mi sembra che mi allontani da quel secolo. E' come se avendo avuto dei nonni nati due secoli fa anch'io possa dire di aver vissuto a lungo. Ho contato le tombe nella cappella di famiglia, quattro occupate, quattro libere. C' un posto anche per me. Ho bussato sulle lapidi dei miei per salutarli, prima di andarmene. La gente affollava le campate e le scale. Ma tutto il loro bisbigliare preghiere, raccontare ricordi, leggere ad alta voce date e nomi, tutto il loro schiacciare coi piedi la ghiaia dei vialetti fioriti, tutto il loro camminare e sorridere e piangere era come incollato sopra, come non presente, come esistente in un piano diverso da quello della realt di quel luogo dove tutto si riposa e il tempo non conta. Sono tornata alla vita solo quando sono risalita in macchina e mi sono tuffata di nuovo sul nastro d'asfalto grigio in discesa verso lo specchio di carta del lago. Scrivi commento
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ieri pomeriggio (5 novembre, mio compleanno) ero a Crespi d'Adda. Alla fine del villaggio c'è il cimitero. Si passeggiava tra le croci grigie conficcate nell'erba di fronte all'imponente mausoleo della famiglia Crespi. Un piccolo e stentato fiore giallo è stato piantato per ognuno di quei morti, soprattutto per quelli che non ricevono vasi di crisantemi. Mi sono soffermato sulle fotine color seppia dei loro volti. Alcuni di loro son morti bambini, e li vedi avvolti da coperte e panni. Altri hanno baffi importanti e dignità di lavoratori instancabili. Le donne, lo sguardo su quello che ancora le aspettava a casa e tra i telai della fabbrica. Molte croci non hanno fotografie, solo nomi in maiuscolo. Oh, ma ci pensi a quante storie ci sono lì sotto e incastrate tra gli intonaci delle case del villaggio operaio? Non è necessario conoscerle tutte, ci mancherebbe, ma tu ti metteresti lì con il tuo portatile a captare i passi lontani e a sentire le modulazioni tra i rami. Ti è mai successo di scrivere di persone e di luoghi proprio lì dove le persone hanno vissuto? Ieri pomeriggio abbiamo pensato a te, inviandoti un sorriso.
Mi farò sentire al più presto, quando saranno finiti i due libri che sai, perché adesso sono ancora in tipografia e bisogna curarli.
Un abbraccio