Avevo bisogno di pisciare PDF Stampa E-mail
giovedì 02 novembre 2006

Proprio non so come ho fatto ma sabato pomeriggio, di ritorno dal matrimonio di Luca, sono finito dentro la portiera di una Mercedes vecchio modello, di un contadino. Lui era fermo sulla statale 235 e, con tanto di freccia sulla sinistra, aspettava di girare nella stradina di campagna. Ci son finito contro a settanta all’ora e proprio non so come ho fatto.

Non l’ho vista. Davanti a me avevo gli occhi azzurri di Vittorio, grandi e chiari che occupavano tutto il parabrezza della mia utilitaria. Adesso il carabiniere, chinato sull’asfalto, prendeva le misure.

Se gli avessi detto che davanti a me avevo gli occhi azzurri di Vittorio non mi avrebbe creduto. Meglio tacere, anzi, accesi una sigaretta e fumai lunghe boccate sulla fila di macchine che rallentava sfiorando quello che rimaneva della mia povera utilitaria. Era vero, gli occhi di Vittorio non mi avevano mollato un momento in quel sabato da matrimonio. Il salone del ristorante era molto ampio e gli invitati sedevano a gruppi ai tavoli rotondi, apparecchiati con eleganza.

La lista dei vini ed il menù di ottima qualità, la conversazione un po’ meno ma la lista dei commensali non era scelta da me. Era Luca a sposarsi, un bel ragazzo alto, molto somigliante al padre Vittorio. Lo stesso sorriso enigmatico gli attraversa il volto, lieve, appena accennato, ma capace di nascondere chissà quali pensieri. A pensarci, Vittorio, non l’avevo mai visto con un viso troppo serio, si portava sempre quella specie di sorriso.

Naturalmente il tavolo degli sposi era al centro del salone. Luca e la sposa, i genitori di lei. Non mancava nessuno: la mamma di Luca era morta di tumore una decina di anni prima e lui, Vittorio, s’era sparato un colpo alla testa un paio d’anni prima. Cominciai con un bicchiere di vino bianco, fermo e molto profumato. Bellavista di Franciacorta. I pensieri vi nuotavano che era un piacere. Vittorio, mi capitava di incontrarlo il sabato notte davanti al bancone del bar teatro. Non so se la notte beveva forte, ma comunque non lo dava a vedere. Era sempre molto contento di incontrarmi e me lo faceva capire senza tante parole. Lui solo, io in compagnia di una donna.

Peccato, quella donna, perché non c’è mai stato spazio per noi due soli. Ci si incontrava dopo tanto tempo, dagli anni del liceo, ognuno ormai con capelli grigi e percorsi tortuosi di vita alle spalle. Lui, era l’unico ragazzo della scuola che frequentavo. Che cosa era il liceo classico agli inizi degli anni sessanta, in una cittadina di provincia? Un luogo di elezione, dove un gruppo di fighetti, rampolli dei migliori professionisti della zona, si allenavano per diventare la classe dirigente di domani. E se lo dicevano anche nei corridoi, durante l’intervallo. Vittorio non parlava molto e anche allora si nascondeva dietro quel sorriso impercettibile. Parlava invece. Lo faceva con me quando nel pomeriggio, ci si incontrava a casa di sua nonna, dove lui viveva. I primi dischi americani e inglesi li ascoltai da lui. Mi passava le copertine colorate:-   Questo è un chitarrista americano.In quella casa ascoltai le prime canzoni di Dylan, dei Beatles e dei Rolling Stones. Lui, in realtà, amava di più i pezzi strumentali dei grandi chitarristi. Le bottiglie di bianco sul tavolo erano ormai vuote, ma il cameriere che ci assisteva era molto attento. Arrivarono dei rossi e tra questi ancora un Franciacorta, Cà del Bosco. Il tono di voce dei commensali si era alzato, alcuni giravano tra i tavoli, altri uscivano a fumare. Io non mi schiodavo dalla sedia, preso com’ero dall’ottimo vino e dal pensiero di Vittorio.

Peccato non vederlo a quel tavolo. Il giorno che s’era ammazzato, ne avevo sentite tante sul suo conto, anche una frase molto cattiva che non avevo neppure voglia di ricordare. Io invece da quel giorno l’ho amato di più. Che fughe quei pomeriggi a casa della nonna di Vittorio, che rifugio dal mondo e dai fighetti del liceo. E se a qualcuno non interessava diventare classe dirigente di domani? Era difficile abbassare il braccio del giradischi senza evitare una piccola grattatine, poi quando partiva l’assolo di quella chitarra americana, vedevo il sorriso di Vittorio allargarsi.
Dopo tanti anni, durante i fugaci incontri notturni, sembrava di risentirlo il suono di quella chitarra elettrica. Ciao, Come va? Sapevamo pochissimo delle rispettive vite ma certo sapevamo che la vita era stata altra cosa rispetto a quei pomeriggi, a quelle chitarre. Fanculo. Non era neppure necessario elencarle tutte le svolte della vita, a cominciare dalla morte di sua moglie. Il rosso andava giù bene, forse meglio del bianco.

Alle quattro del pomeriggio mi resi conto che non mi alzavo dalla sedia da più di tre ore. Avevo bisogno di pisciare. Vuoi vedere che non ce la faccio ad alzarmi? Dovevo aver bevuto troppo, anzi avevo bevuto troppo. Spostai la sedia e mi alzai molto lentamente, evitando qualsiasi movimento brusco. Sfiorai i tavoli, rigido e dritto come un baccalà, guardando bene dove mettevo i piedi. Con molto mestiere. Il carabiniere mi stava scrutando con grande sospetto. Controllava i miei documenti e probabilmente gli arrivò un po’ del profumo di tutto il Franciacorta che avevo bevuto. Fece una smorfia per chiedermi subito dopo come avevo fatto a sfondare la Mercedes del coltivatore diretto. La storia di Vittorio non gliela potevo raccontare. Che cosa dire? Che avevo i suoi occhi azzurri proprio sul parabrezza e che non riuscivo a vedere un accidente? Ebbi la sensazione di essere fregato. Vuoi vedere che s’accorge che sono ubriaco?-   Credo che dovrà seguirmi in caserma.Non ricordavo quanto tempo fosse trascorso da quella domenica.
Alle dieci della mattina avevo deciso di andare al cimitero per una visita ai miei genitori, non succede spesso ma succede. Passeggiavo tra le tombe, cercavo volti noti tra le infinite fotografie di ceramica e ascoltavo il rumore dei miei passi sulla ghiaietta grigia. La porta della camera mortuaria era socchiusa. Succede spesso alla domenica perché vi portano i ragazzi che si ammazzano negli incidenti del sabato notte. Incrociai il custode del cimitero e, prima che lo salutassi, mi disse che dietro quella porta c’era Vittorio. Mi accompagnò a trovarlo. Dio che freddo fin dentro le ossa. La mattina d’autunno era cruda e i tavoli di marmo degli obitori gelati. Vittorio aveva un piccolo fiore rosso sulla tempia. Gli occhi azzurri ancora aperti e l’impercettibile, triste, sorriso.  
Quando entrammo nella caserma dei carabinieri, s’era fatto buio. Avevo respirato tanto di quel freddo sulla statale, mentre il carabiniere faceva le rilevazioni, che avevo forse smaltito i fumi del Franciacorta. Pensai che se anche mi avessero fatto soffiare nel palloncino potevo cavarmela. Mi lasciai andare sulla panca di legno di quella che doveva essere una sala d’attesa. Non ero solo. Nella stanza attigua c’era uno che dettava lentamente il testo di un verbale. Non si sentivano i tocchi della macchina da scrivere. Vuoi vedere che hanno messo i computer anche nelle caserme? La voce era giovane e decisa.-   L’equipaggio del 112, al comando del maresciallo Elio D’Imbrò, nel pomeriggio di oggi otto febbraio, durante un normale giro di perlustrazione, imboccava la via Ca’ Noa e notava che vicino al cassonetto giallo della Caritas, posizionato in tale via, s’aggirava con fare sospetto un uomo. Il suddetto stava infatti armeggiando con un grosso piede di porco nell’intento di far saltare il lucchetto del contenitore di abiti usati. L’uomo, identificato poi in Fanel Ladu, immigrato romeno di 36 anni, sentitosi scoperto ha tentato la fuga, ma è stato inseguito e prontamente bloccato dai carabinieri al comando del maresciallo D’Imbrò. Il suddetto Fanel Ladu, viene condotto in camera di sicurezza dove rimarrà fino a lunedì 10 novembre allorché verrà trasferito al palazzo di giustizia per il processo in direttissima.

Quel superlativo mi colpì molto. Direttissima. Adesso non ci si poteva più lamentare della giustizia italiana e continuare a ripetere che non funziona. Fanel Ladu sistemato in 48 ore.  Ora toccava a me. Fanel mi passò davanti con le manette ai polsi, in compagnia di un carabiniere. Non aveva un atteggiamento tanto dimesso, con la testa bassa come i condannati che si vedono nei film. Aveva solo la barba lunga e  pantaloni corti, senza nessuna forma, che gli mostravano le caviglie nude. Che cazzo cercavi, caro Ladu, nel cassonetto della Caritas? Volevi cambiarti i pantaloni oppure cercavi una coperta per ripararti dalla notte? Era il mio turno. Allora cosa potevo dire? Che mi ero perso negli occhi azzurri di Vittorio fino a sfondare la mercedes del coltivatore diretto? Mi bastò dire che ero al matrimonio, che c’era un fiume di Franciacorta. Sa com’è.